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martedì, ottobre 06, 2009

Kornigliamo?

Eccoci al nuovo appuntamento con il romanzo a puntate più letto dagli avuncolo-gratulatori meccanici.

Se volete leggerlo dall'inizio, guardate pure qui.

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La porta si apre in una stanza illuminata da una luce strana.

I due escono dall’Ascensore e si dirigono verso la fonte di questo bagliore pulsante, tenue e per niente fastidioso. Anzi, quasi ipnotico.

“Ci sono anche gli altri?” fa Alessandro.

“Non tutti, Matteo ha aperto il bar e tiene d’occhio le cose, Agostino sta scendendo..” fa Billi.

“E Jean Pierre?” chiede Alessandro.

“Non l’ho trovato, ieri sera ci ha dato dentro. Forse è ancora a letto, non so..”

Billi e Alessandro arrivano davanti a una parete fatta di vetro. Fuori si vede un branco di acciughe nuotare. I riflessi del sole che attraversa l’acqua donano un certo chiarore alla scena.

“Non mi ci sono ancora abituato a questo spettacolo” fa Alessandro.

“Già, nemmeno all’acquario di Genova hai uno spettacolo del genere…” Billi tocca con la mano il vetro. E’ molto freddo.

Un’orata si avvicina e sembra cercare di curiosare all’interno.

“Da fuori sembra tutto un enorme lastra di basalto..ma chi ha fatto tutto questo?” dice Alessandro.

Billi sorride poi fa “se anche te lo dicessi non mi crederesti mai..”

Nella stanza, molto grande e dal soffitto altissimo c’è un divano di pelle a tre posti e un distributore di bevande e uno di merendine.

L’erogatore dei taralli sembra essere completamente vuoto, mentre quello dei Kinder Brios è ancora carico. Anche qui sotto si dev’essere sparsa la voce che intozzano di brutto, pensa Alessandro poi fa “mi faccio un caffè e ti aspetto qui..”

Billi ci pensa un attimo poi con la mano gli fa il gesto del seguimi.

Alessandro sorride e si avvicina a Billi deciso.

“Ormai puoi venire anche nella sala di applicazioni tecniche” Billi si mette a ridere. Nell’enorme stanza con vista sul fondale ci sono tre porte, ognuna con un colore diverso:

- Una porta nera sulla stessa parete che guarda il fondale, proprio nella zona in cui la vetrata finisce. Sopra la porta c’è un cartello con la scritta “Staff Only”.

- Una porta gialla nella parete di fronte al grande mare iridescente e muto.

- Una porta rossa nella parete di fronte a quella con gli ascensori.

Alessandro conosce bene, perché l’ha già utilizzata parecchie volte, solo quella rossa.

Billi si avvicina a quella gialla, aprendola di botto. Una corrente d’aria lo investe. I suoi capelli a spazzola con una accenno di cresta da porcospino non si muovono di un centimetro. Ricorda vagamente quell’attore di Trainspotting che alla fine si fotte tutti quanti.

Quelli più lunghi di Alessandro, invece, subiscono una certa spinta e sventolano per qualche secondo. Dietro la porta si scorge un lungo corridoio illuminato da potenti neon. Ma l’attenzione di Alessandro è completamente rapita dalla porta nera.

“Vorresti entrare lì, eh?” ghigna Billi.

Alessandro mette l’espressione del bambino preso con le dita sporche di marmellata, poi dice “perché, tu lo sai cosa c’è lì dietro?”

Billi tira su le spalle “..e chi lo sa? Comunque fossi in te, ci proverei?”

Alessandro non se lo fa ripetere e prova ad aprire la porta nera.

C’è una maniglia che pare d’oro. E’ tutta lavorata, forse con un cesello, raffigura la testa di un cinghiale. O di un maiale, visto che le zanne sembrano solo accennate.

Prende la maniglia e prova a girare.

La forma della maniglia gli sembra cambiare al contatto con la sua mano. Immagina che assuma la forma di una losanga: il simbolo dei denari nelle carte. Ma forse è solo una sua paturnia mentale.

Niente.

Billi gli fa “Niente, eh? Perché non provi a bussare?” e poi accompagna la voce con un gesto del tipo “avanti fa pure..”.

Alessandro bussa sulla porta nera come se stesse facendo la cosa più inutile del mondo. Vorrebbe accompagnare il gesto con un’espressione del viso del tipo “gnegnegne” rivolta verso Billi, ma una voce improvvisa dal tono stranamente alto pronuncia la parola “Chi è?” e lo costringe a un mezzo soprassalto.

Alessandro si blocca per qualche secondo, cercando nello sguardo di Billi una possibile spiegazione. La faccia di Billi si fa carica di dubbio, ma solo per un attimo. Alessandro capisce che lo sta prendendo per il culo: la cosa non è per niente inaspettata per lui.

“Ma chi è?” mormora Alessandro sempre più basito.

“Chi è?” ripete la voce dall’altra parte della porta nera. Non sembra la voce di un uomo e nemmeno di una donna. Alessandro sente un accenno di pelle d’oca sulla schiena e sulla braccia.

Billi mostra il volto di chi sta per dire “boh?” poi fa non lo so “chi è”

La voce dietro la porta ripete “Chi è?”

“Come non sai chi è?” fa Alessandro.

“Chi è?” ripete la voce dietro la porta nera.

“Non so chi è? Te l’ho detto” fa Billi

“Chi è?” dice la voce dietro a porta nera.

“Se permetti vorrei sapere chi è sto eunuco sciroccato sotto casa mia?” fa Alessandro con un tono alterato

“Chi è?” dice la voce dietro a porta nera.

“Sotto? Direi ad almeno 100 metri sotto casa tua quindi sta tranquillo..e poi ti dico che non lo so proprio chi è..” fa Billi, cercando di portare Alessandro dentro al corridoio, mettendogli una mano sulla spalla.

“Chi è?” dice la voce dietro la porta nera.

“E smettila di dire chi è cazzo!” Alessandro sbatte i pugni sulla porta nera.

“Chi è?” ripete la voce dietro la porta nera.

“Mi arrendo..” Alessandro guarda Billi e poi s’infila dentro il corridoio illuminato dai neon.

Billi ride e gli molla un colpo sulla spalla “andiamo dai, vedrai che prima o poi scopriremo chi è?”

Da dietro la porta nera la voce ripete “Chi è?”

“Ma vaffanculo..” grida Alessandro e poi riprende il cammino verso la fine del corridoio.

Arrivati davanti a una porta stagna, tipo quelle delle grandi navi o dei sommergibili, Billi tocca un triangolo rosso alla base della porta e questa senza alcun suono svanisce, lasciando i due entrare in un altro locale.

Ci sono monitor sparsi dappertutto e indicatori lampeggianti, sul cui significato Alessandro non ha alcun indizio. Sembra la console dell’Enterprise.

“siediti pure lì” fa Billi, indicando un puffo marrone.

Billi tocca un pulsante e dall’aria viene su una sorta di schermo. Non c’è fisicità, solo immagini. Ologrammi, molto più nitidi di quelli di sicurezza sulle carte di credito. In un attimo Alessandro vede apparire zone di Korniglia. Vede Andrea, il garzone della Pizzeria “La Taverna” in atteggiamenti intimi con Angela, la moglie del proprietario. Peccato, pensa un’ideuccia ce l’aveva fatta pure lui.

“E’ una nave scuola quella..non ti preoccupare” fa Billi come se gli avesse letto nel pensiero.

Alessandro resta stupito per un attimo, poi riprende a guardare verso il monitor fatto d’aria che proietta immagini su uno schermo che non si riesce a vedere.

“Ma l’aggeggio sull’iPhone che ti ha dato Riccardo non ha funzionato?” dice Alessandro

“Le telecamere registrano poco e non c’è nulla, le ho guardate oggi..e non sono collegate a questo sistema…” fa Billi.

“E qui registrano più roba?” Alessandro tocca un pulsante colorato.

“Ehi sta fermo, è roba seria questa…” risponde Billi che poi continua “sì diciamo che queste sono più potenti..guarda qui..”

Alessandro vede apparire un cerchio bianco che si allarga sempre più sino a diventare un’immagine a lui famigliare. “Ma quello è il mio bagno..ma vaffanculo!” Alessandro guarda Billi con un espressione arrabbiata.

“Sei un maledetto guardone del cazzo..” continua.

“Eh già, non faccio altro dalla mattina alla sera..ma tu ormai ha una certa età dovresti smetterla di farti quelle cosine..che ne dici di trovarti una ragazza seria…?” Billi ride come un bambino.

Alessandro diventa rosso come un foruncolo infiammato “adesso vado su e spacco tutte le tue telecamere da guardone del cazzo..”

Billi continua a ridere “ è inutile non le troverai mai, ci ho provato anch’io ma non le ho mai trovate..mica le ho messe io sai..ho trovato già tutto pronto.”

“Anche quello?” fa Alessandro puntando un televisore LCD a 60 pollici.

“No quello l’ho messo io, ci ho collegato Sky.sai a volte vengo qui per controllare la situazione e nel caso mi annoiassi..”

“Che abbonamento hai fatto?”

“Quello completo Cinema, Calcio e…” Billi non finisce la frase perché un particolare colpisce allo stomaco “Grandissimo figlio di puttana?”

Alessandro riconosce nell’immagine la figura di Jean Pierre legato a una sedia in casa sua. Di fronte a lui una figura conosciuta con in mano una siringa.

E’ il biondino naufragato alla marina.

“Grande esempio di riconoscenza..” fa Billi e poi dice ad Alessandro “guarda se c’è qualcuno di noi vicino?”

“Sì e come faccio? E’ la prima volta che..” cerca di rispondere Alessandro. Billi non gli fa nemmeno finire la frase “Pensa a cosa vuoi vedere, tutto qui!” lo incalza Billi.

Alessandro pieno di curiosità esegue pensando a una cosa da vedere e così dal nulla appare una stanza, una camera da letto vuota. Poi la scena si sposta velocemente: è un negozio di alimentari. La commessa una ragazza carina dai capelli rossi, lunghi sino alle spalle e lievemente mossi sta servendo una coppia sperduta di turisti. Sono completamente fuori tempo massimo, devono essere tedeschi. Tedeschi a gennaio pensa Alessandro.

“La smetti di cazzeggiare! Cerca Agostino, Matteo, cerca chi vuoi..ma cerca uno dei nostri..subito” l’ordine è così diretto che Alessandro riesce quasi subito a far convergere i suoi pensieri sul bersaglio. Sullo schermo appare la vista di un corridoio illuminato. Alla fine del corridoio riconosce una sala, molto grande e ben illuminata. Ci sono delle immagini che sembrano essere proiettate direttamente nell’aria. In una delle immagini più definite si vede il biondino iniettare qualcosa nel collo di Jean Pierre, completamente legato e imbavagliato. Non reagisce perché probabilmente è privo di coscienza.

Poi l’immagine generata dai pensieri di Alessandro, mostra lui e Billi di schiena impegnati a guardare le immagini. L’immagine di Alessandro si trasforma in una sorta di frattale in cui lo stesso particolare è ripetuto all’infinito: incluso e ridotto di dimensione. Come se una telecamera inquadrasse se stessa che inquadra se stessa che inquadra se stessa.

Billi capisce per primo cosa succede e si volta di colpo. Alessandro lo segue subito dopo e così vede comparire la faccia di Agostino.

“Stavo pensando proprio a te “ gli fa Alessandro.

Agostino inizia a mettere a fuoco l’immagine di Jean Pierre e del biondino che lo ha iniziato a prendere a schiaffi.

“Ma che cazzo succede?” Agostino guarda Billi con la faccia di uno piuttosto incazzato.

“Andiamo su!” dice Billi con un cenno di assenso della sua testa e poi fa “prima però avviso Matteo..potrebbe essere più vicino di noi”. Si porta l’indice destro sulla tempia in un gesto da attore consumato, forse un po’ troppo studiato.

“Ok fatto! Andiamo su”.

“Da quando sei telepatico?” fa Alessandro con un certo affanno visto che i tre hanno cominciato a correre nel corridoio che li riporta nella stanza con vista sul fondale.

“Non lo è sempre..dipende dai luoghi..e poi funziona solo in uscita dalla sua testa..speriamo che Matteo abbia sentito..” Agostino risponde mentre cerca di muovere più velocemente possibile la sua mole da giocatore di Hockey in pensione. Aprono la porta rossa e si ritrovano in quella che sembra una stazione dei treni in miniatura. Ci sono 7 binari da cui partono altrettante monorotaie. In 3 dei 7 binari è presente un minitrenino con 7 sedili, uno davanti e dietro 3 file con due sedili ciascuna.

“Prendiamo quella per Sottoriva, è quella più vicina a casa di Jean Pierre..” dice Agostino.

“Ok” fa Billi

I tre prendono posto sui sedili. Billi davanti e gli altri due nella fila immediatamente dietro. Billi mette un dito su un meccanismo poco davanti a lui, sotto la sbarra fatta apposta per tenersi. Una voce femminile esce dall’altoparlante “Destinazione Sottoriva, treno in partenza destinazione Sottoriva, allacciare le cinture per cortesia”

Il treno parte a una velocità inaudita.

“Non mi ci sono ancora abituato” fa Alessandro.

“..si di solito hai preso l’espresso per Santa Maria oppure salivi dagli ascensori esterni. La linea per Sottoriva è un tantino più eccitante” fa Agostino cercando di tenersi al seggiolino minuscolo in plastica. Sembra una di quelle sedie da giardino che vendono all’Ikea.

“Cosa vuole quel tipo da Jean Pierre?” chiede Alessandro.

“Uno dei tanti segreti che custodiamo..direi” fa Agostino

“Uno dei tanti che custodite..” risponde quasi piccato Alessandro.

“Non fare il coglione Alessandro, te l’ho già detto..pensa se fossi nei panni di Jean Pierre adesso..probabilmente non saresti in grado di sputtanarci tutti quanti..?” Billi dice queste cose girandosi verso Alessandro e bruciandolo con uno strano sguardo di pietra. Si vede che la sua consueta ironia è disabilitata da un misto di ansia e rabbia crescente.

Alessandro abbassa lo sguardo, volgendolo verso Agostino.

Agostino annuisce poi fa “Siamo sulla stessa barca Ale, fidati, nemmeno io conosco tutto te l’ho già detto”.

“Jean Pierre non gli dirà niente..è un duro” fa Billi che sembra colpito da un incantesimo che lo costringe a parlarsi addosso.

“Sapevo che non poteva essere dei nostri, ma l’ho lasciato entrare lo stesso..sono stato stupido lo so..” Sembra quasi che voglia levarsi un peso di dosso.

Il trenino prosegue a folle velocità in un tunnel illuminato a tratti da qualche neon.

“..non poteva essere uno dei nostri, lo sapevo..” Billi si volta di tanto in tanto mentre porta avanti le frasi.

Agostino incrocia il suo sguardo e gli fa “posso dirglielo?”

“Dirmi cosa?” fa Alessandro. Billi annuisce e così Agostino prosegue “Poco prima del tuo arrivo abbiamo perso il fante di cuori..sarebbe stato difficile rivederne un altro così presto, penso..”

“Vuoi dire che c’era già un fante di cuori?” chiede Alessandro quasi alzandosi dal sedile e per questo andando pericolosamente a sfiorare i bordi del tunnel. Agostino lo prende per una spalla e lo riporta in una posizione più sicura.

“Sì, se n’è andato via per sempre..” Agostino ha uno scarto nel tono della sua voce che mostra un certo coinvolgimento personale.

“Andato via?” Alessandro sembra dubbioso della risposta

“Morto. E’ morto non se n’è andato via..” fa Billi girandosi.

Agostino china il volto poi dice “Io spero sempre che possa tornare..e che sia stato tutto un incidente..”

“E come è successo?” chiede Alessandro

“Si è schiantato con la macchina in un burrone. Lontano, molto lontano da qui..”

Alessandro resta un attimo in silenzio poi la curiosità prende il sopravvento “e come si chiamava?”

“Rudi, si chiamava Rudi ed era un grande amico..” Agostino si morde un labbro.

“Mi spiace..” fa Alessandro.

“Ok,.grazie” Agostino guarda Billi che sembra non aver tradito alcuna reazione.

“Che coglione che sono stato..vi ho esposto tutti a un grosso pericolo..” Billi dondola la testa come per scacciare il peso che ha sul cuore e nella mente.

“..adesso hanno scoperto dove siamo..” aggiunge Billi, mentre di colpo davanti a loro compare la luce del sole e il verde di una macchia di rovi. Il trenino percorre una traiettoria in mezzo a una volta fatta di rovi. Poi, compiendo una curva secca di 90 gradi, si immette sulla monorotaia che usano i contadini per raccogliere l’uva Albarola, Bosco e Vermentino che utilizzano anche per fare lo Sciacchetrà.

La velocità rallenta di colpo e dopo un paio di minuti i tre si trovano sul ciglio di una strada in sasso da cui si vede la base delle tante case che compongono il villaggio. Scendono correndo in un viottolo circondato d muretti a secco e dopo aver salito una scalinata ripida si trovano nell’ingresso di quella che ha tutta l’aria di una cantina.

Billi spinge l’enorme porta in legno e il profumo del vino e del quasi vino che riposa nelle botti li avvolge in un attimo. Agostino sposta una leva nella piccola botte in basso e nella botte grande un movimento secco fa scoprire una botola.

I tre si calano dentro e dopo pochi metri trovano una scala a pioli che sembra salire molto in alto, verso l’oscurità.

La percorrono al buio sino a raggiungere quello sembra un minuscolo ballatoio. C’è una minuscola luce di cortesia e a fianco un bottone rosso illuminato. E’ un ascensore.

Billi preme il tasto e i tre, dopo qualche istante in cui hanno provato un senso di veloce sollevamento, si trovano in quello che ha tutta l’aria di essere un armadio visto le camicie appese alle grucce che si trovano davanti.

Agostino fa il gesto internazionale del silenzio a tutti 3. Poi apre lentamente uno spiraglio, spostando avanti una delle due ante dell’armadio. Intravede una figura china su Jean Pierre, che sembra sdraiato come un cadavere, e così decide senza pensare: si butta in avanti e con un pugno sulla schiena tramortisce il tipo che stava armeggiando sul corpo di Jean Pierre.

Troppo tardi per accorgersi di aver commesso un grave sbaglio.

La voce che sente gridare un debole “vaffanculo” con l’ultima stilla di forza è quella di Matteo.

Agostino è rosso d’imbarazzo. Alessandro vede i due corpi per terra e chiede “Sono morti?”.

Agostino sta per dire qualcosa, ma Billi con lo sguardo gli fa capire di stare zitto e poi per essere più preciso aggiunge “non adesso, è troppo presto Ago.”

Alessandro capisce ancora una volta di avere ancora molti segreti da conoscere su Korniglia, ma si concentra sul volto di Jean Pierre, sembra un bambino che dorme beato.

Pensa anche a cosa voleva dire Billi quando ha detto “ci hanno scoperti”.

Billi si china su entrambi i corpi sdraiati “portiamoli alla Torre, dobbiamo stare coperti finché quel biondino è in giro”

Agostino e Alessandro annuiscono.

Billi controlla sul suo iPhone le telecamere sparse in paese.

“Strano..” la frase esce dalla bocca di Billi quasi non pensata.

“Strano cosa?” dice Agostino.

“Niente..” Billi chiude l’applicazione e s’infila l’iPhone in tasca.

“Non c’è traccia del tipo in giro, ma passiamo comunque da dove siamo venuti..deve essere qui attorno”

Agostino prende Jean Pierre in spalla, mentre Billi e Alessandro tirano su Matteo.

“Minchia che legnata che gli hai rifilato Ago, fossi in te non passerei più dal suo bar per un po’..” fa Billi.

“Mi spiace, cazzo..comunque dal suo bar non ci sarei passato lo stesso per un po’..”

“E perché?” chiede Alessandro.

“Perché ha finito la birra..” risponde Agostino infilandosi assieme al suo pesante fardello nell’armadio.

lunedì, settembre 21, 2009

Korniglia tutto d'un fiato

Troverete qui una versione in pdf con tutti gli episodi.

Buona lettura con l'ultimissimo episodio della teleblogghela senza attrici che hanno fatto le escort di politici e attori che tirano di coca, assieme ai politici.
Forse.

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Gira il volume su 5 e il gain su 8, poi il suo Marshall combo 100 Watt, inizia a svegliare tutto ciò che dorme da lì a Vernazza. La sua chitarra nuova da quattro soldi strimpella un pezzo dei Nirvana del secondo album, quello più famoso. Canticchia “an albino a mosquito…”

Da quando è arrivato a Corniglia e si è potuto ricomprare la chitarra, questa è la prima volta che si mette a rompere le scatole al vicinato. A dir la verità non molto numeroso. Aristide abita praticamente a 20 metri da lui e di solito è troppo sbronzo alla mattina per reagire, poi per ritrovare la civiltà occorre percorrere almeno 100 metri più in su verso la piazza del paese. Billi lo ha sistemato nella prima casa che s’incontra risalendo i circa 300 scalini che vengono su dalla Marina, il piccolo approdo per le barche.

Prima di lui ci aveva abitato per qualche mese un artistoide pazzo, così gli aveva raccontato Matteo. Si faceva chiamare il Grande Bulacky. Che nome del cazzo, aveva pensato Alessandro. E pure come artista lasciava alquanto desiderare. Non dipingeva e nemmeno era uno sculture, faceva delle installazioni viventi. In una delle sue performance per poco il paese non cercava di linciarlo.

Dalla sua camera da letto ha una visuale su punta Mesco e, in alcune giornate particolarmente terse in cui i peli della schiena si rizzano come antenne per l’aria elettrica, sino alle cime più alte delle Alpi Marittime.

La sorte dopotutto gli è stata generosa, pensa, 80 metri quadri con vista mare, in uno dei posti più incantevoli che abbia mai visto.

Stamattina però si sente un po’ inverso. La chiacchierata serale con Billi e gli altri lo ha lasciato pieno d’inquietudine. Una sensazione che non provava da tempo. Almeno da quando è giunto qui.

La sua mente, in un attimo, lo riporta al suo arrivo a Corniglia. Toccato il suolo poco dentro la piazza dove arriva la strada che scende giù da San Bernardino e che unisce il quartiere della Chiesa al Borgo principale, si sentì come un bambino. Un bambino al caldo nel letto che, da sotto le coperte, avverte il suono del respiro della mamma.

La sua maledizione era iniziata pochi mesi prima del suo arrivo qui.

Una mattina appena alzato, avvertì un fastidio strano. Niente di particolare, ma abbastanza fastidioso: tutto quello che mangiava non aveva più sapore. Il caffellatte e la brioche sapevano di nulla. Anche i profumi e gli odori se ne erano andati via dal suo mondo.

Ci rimase male per tutta la giornata al lavoro, non capendo nemmeno bene a chi rivolgersi. Non è un dente che fa male che sai di dover finire dal dentista, pensò, chi è il dottore del gusto?

Chiese aiuto a un suo collega nella segheria in cui lavorava, che gli consigliò di andare direttamente al pronto soccorso di Nizza. Alessandro però non ci andò subito. “l’italiano” come lo chiamavano i suoi compagni di lavoro era un tipo testardo, lo sapevano tutti.

Ci si abitua a tutto o quasi nella vita e così andò avanti per un paio di giorni, mangiando e bevendo cose senza sapore, sperando sempre nel ritorno alla normalità. Con la mente cercò di indagare sulla causa e l’origine di questo problema insolito, mentre strimpellava con la chitarra una progressione di tricordi molto simili a “Smoke on the Water”. Sua zia, che lo sopportava dalla morte dei suoi genitori, non era in casa quella sera perché ospite a una dimostrazione di prodotti della Stanhome da un’amica di Saorge.

La sera prima di perdere il gusto era andato con Maria, una bella ragazza di Tenda dalle forme invitanti, a fare un escursione sopra a Casterino, nella valle delle meraviglie. Non è mai stato un amante delle lunghe passeggiate, ma la ricompensa probabile aveva avuto la forza di smuoverlo. Partenza all’alba dalla sua casa di Briga e poi, caricata Maria a Tenda, in auto sino alla destinazione: la valle delle Meraviglie.

Risalirono la valle poco sopra a Casterino e trovarono una zona incantevole e appartata. Una zona talmente graziosa che lui, per un attimo, si sentì come a casa.

Alessandro promise a Maria di amarla per tutta la vita un attimo prima di iniziare ad abbassarle i pantaloni. Ricordò che l’odore di sale e detergente intimo alla lavanda del suo sesso si mescolava con il profumo aspro dei mirtilli che avevano raccolto e mangiato al volo strada facendo.

Sino a quel momento dunque, tutto bene, ripensò.

Per un attimo il suo sguardo si era fermato sulla mano di lei, mentre si muoveva sul suo membro. Un particolare lo aveva colpito: una macchia violacea sul palmo delle mani di Maria.

Nel momento stesso in cui si lasciava venire nella sua bocca, precipitando dall’Eden, la sua mente lo aveva portato a cercare lo stesso segno sulle proprie mani. E infatti trovò la stessa macchia anche sulla punta dei suoi polpastrelli.

I mirtilli macchiano dannatamente. Alessandro fumò con calma la sua sigaretta e poi si avvicinò al piccolo laghetto che stava a pochi passi dal loro bivacco.

Aveva detto a Christine, la sua ragazza, che quel giorno avrebbe dovuto accompagnare in Italia la zia a comprare dei prodotti per la casa da mostrare alle proprie amiche. Con lei si era già sporcato diverse volte le mani in quella maniera. Avrebbe di sicuro potuto scoprirlo.

Maria si era assopita, abbastanza soddisfatta.

Immerse le sue mani nell’acqua gelida e iniziò a strofinare le dita con forza. Due e tre volte, senza apprezzabili risultati. Le macchie erano ancora lì e le mani cominciavano a intirizzirsi dal freddo. Decise di strofinarle con il fondo del laghetto, utilizzando la sabbia mista a piccoli sassi. Sfregò con decisione e il risultato non fu migliore. Ma, tra le piccole pietre che gli rimasero in mano, un granello di roccia gli sembrò subito particolare. Aveva delle striature gialle che sembravano accendersi come i tubi al neon delle insegne pubblicitarie. Strizzò gli occhi un paio di volte per vedere se l’effetto svaniva, invano. Poi si ricordò di tutte quelle pietre che raccoglieva al mare da piccolo e che, una volta fuori dall’acqua e asciugate, perdevano tutta la loro bellezza e particolarità.

Così prese questo piccolo granello di pietra e, tirato fuori dall’acqua, se lo mise sul palmo della mano. Visto così era davvero microscopico. Poco più di una testa di un chiodo.

Ma pur sempre pulsante o così pareva.

Lo prese tra il pollice e l’indice, strofinandolo lievemente e poi l’avvicinò agli occhi per vederlo meglio. Avvertì un profumo esotico, tipo l’incenso che vengono alla fiera di Gap di fine maggio.

Sentì anche il calore tornargli nelle mani e in tutto i corpo.

“Alessandro!” una voce di botto lo fece voltare. Dal mezzo spavento il granello pulsante gli cascò dalle mani finendo di nuovo in acqua.

Maria si era svegliata e lo stava chiamando.

Aveva fatto un brutto sogno. Un cavaliere era arrivato giù dalla montagna cavalcando a rottadicollo, ma proprio davanti al laghetto due sicari lo avevano raggiunto e ucciso. Il suo corpo era stato gettato nel lago. Prima di vederlo affondare aveva notato sulla sua schiena un drappo di velluto chiaro con al centro il disegno di un fante di fiori.

Non disse nulla ad Alessandro, si limitò a tirarsi su e andargli incontro. Lo vide stranamente scosso e con le mani caldissime. Un sorriso sul suo volto le fece pensare che andava tutto bene. E così fu.

Poco dopo, infatti, lo sentì venire sulla sua schiena, un attimo prima che le sue ginocchia incominciassero a farle male.

Gli chiese se la storia con Christine era roba seria o meno. Alessandro giurò sulla testa di sua zia che era una storia finita. La riaccompagnò a casa e la salutò senza troppe smancerie.

Ogni animale è triste dopo il coito.

Rimettendo la sua Fender Stratocaster nella custodia, Alessandro ne concluse che, episodio del granello a parte (forse dovuto alla canna che si erano fumati prima di fare l’amore), niente di strano poteva esservi all’origine del suo problema.

Quella sera le cose iniziarono a peggiorare.

Durante la notte una serie di visioni vivide lo colpirono a metà tra la veglia e il sogno. Una in particolare lo fece sussultare, riguardava Maria. Nella visione, la vedeva camminare in un sentiero di mezza montagna, circondata da grandi alberi di castagno tutt’intorno a lei. L’aria intorno a lei, dapprima piena di luce, di colpo si oscurava. Il sentiero di sassi e polvere diventava dapprima iridescente e poi di colpo assumeva le forme e le fattezze delle spire di un serpente.

Alessandro si svegliò in un mare di sudore. Prese il telefono e compose il numero di Maria, senza riceverne alcuna risposta.

Un terribile ronzio nelle orecchie e un cerchio alla testa lo convinsero ad andare, finalmente, al Pronto Soccorso. Chiamò Christine per farsi accompagnare, ma nemmeno lei rispose.

Il viaggio verso Nizza fu un vero calvario.

La zia, chiese a un suo “caro” amico, di portarlo in macchina.

Venne a prenderlo all’alba con la sua Panda 4x4 blu.

Alessandro sentiva aumentare il disagio a intermittenza: c’erano curve o passaggi in cui sentiva il suo corpo vibrare come se qualcuno lo stesso tirando per la pelle verso un’altra direzione. Il conducente dell’auto, un signore sulla sessantina dai capelli tinti pieni di lacca, scambiò il suo malessere con un tipico caso di mal d’auto. Forse avanzò nella sua testa anche l’ipotesi di astinenza da droga, alcool o entrambe. Il tizio scambiò qualche sguardo di rimprovero con Alessandro. La radio, il cui segnale andava e veniva, era puntata su una stazione di musica anni ’60. Un telegiornale flash parlò di un problema con i sussidi degli allevatori e di una vecchia, il cui nome si perse in una zona senza sintonia, trovata morta vicino a Briga.

Lo scaricò al Triage del Pronto Soccorso, accennando solo un saluto con l’espressione del viso, e riprese veloce la sua strada verso le montagne: la zia di Alessandro aveva in serbo per lui una bella ricompensa.

Nell’attesa della visita il fastidio sembrò placarsi. Si era seduto su una sedia da cui si poteva scorgere il sole, già abbastanza alto, verso sud est.

Lo ricoverarono per accertamenti.

La prima notte in ospedale (neurologia), Alessandro vedeva le ombre sul soffitto della camerata, alternarsi alle luci dei fanali delle ambulanze. Nel sogno si vide correre nella foresta con il cuore in gola e la sensazione di essere inseguito. Poi vide i genitori che lo salutavano, un attimo prima di salire su quell’aereo che non arrivò mai. Alla mattina, appena sveglio, il fastidio generale era ancora lì. Il caffelatte e la Brioche più anonime della sua vita, servite però da un’infermiera dalle forme ipertrofiche.

Almeno dai piani bassi qualche piccola reazione c’era ancora: si rianimò per un attimo.

Chiamò Maria con il cellulare: nessuna risposta. La preoccupazione gli rimase in testa per qualche minuto. Andare in bagno fu uno stupido gioco. Alessandro si accorse che riusciva ad andare con più facilità verso i bagni che stavano in fondo al corridoio, andando verso il reparto di Medicina Generale. Il suo corpo viaggiava di gran lasco, veloce e motivato, mentre se solo provava a raggiungere i bagni più vicini, che stavano di fronte all’ambulatorio del reparto, i suoi piedi diventavano di cemento e soprattutto, il ronzio che aveva in testa aumentava enormemente.

Questa cosa, assieme a un sudoku che aveva trovato sull’edizione domenicale del Nice-Matin tenne la sua mente impegnata per un po’. Almeno sino alla prima visita dal Neurologo.

“Le fa male se schiaccio qui?” fece il giovane medico.

“No, per niente..” rispose Alessandro.

Poi prese una penna che in realtà si dimostrò essere una sorta di piccola torcia luminosa e si mise a sventolargliela davanti agli occhi “segua questa luce con gli occhi per cortesia”.

“Ha mai fatto uso di droghe?”

“No” rispose secco, ma per un secondo esitò.

“Ha per caso dei genitori che hanno avuto forme di tumore?”

“No”

“Oltre alla mancanza del gusto e dell’olfatto, ha per caso avuto delle allucinazioni?”

“No” Alessandro aspettò un attimo prima di rispondere, pensò: i sogni appartengono alla categoria delle allucinazioni oppure no?

“Ci sarebbe una cosa che trovo strana…”

“Quale?” il giovane medico lo guardò per la prima volta negli occhi.

“E’ come se il mio corpo preferisse andare in una direzione..”

Il giovane medico si fece pensieroso, poi chiese “e quale sarebbe questa direzione?”

Alessandro fece qualche passo e poi indicò deciso verso la finestra, verso il Mont Boron.

“ah, bene..” disse il giovane medico.

“Bene, cosa?”

“No, dicevo così tanto per dire..” il giovane medico si sedette e inizio a scrivere sul suo computer.

“Si rivesta pure..”

Il giovane medico inforcò gli occhiali da miope elegante e iniziò a scrivere al computer.

Uno strano pop-up accese per un istante la sua attenzione.

“Dunque come ha detto che si chiama lei?”

“Alessandro Acquistapace”

“..ed è nato a..”

“Como l’8 agosto 1985”

Il giovane medico alzò lo sguardo e facendo una mezza smorfia ironica aggiunse “italiano…”

“Si, ma sono guarito” rispose Alessandro mostrandogli tutta la sua indifferenza su Patria, Dio e Famiglia.

Il giovane medico gli disse con estrema freddezza che poteva anche trattarsi di un tumore al cervello e che aveva deciso di tenerlo dentro un po’ per degli accertamenti.

Alessandro non fece una piega, poi una volta tornato in reparto, s’infilò in bagno a piangere.

La vita, soprattutto quella del giovane venticinquenne, non gli dispiaceva affatto. Aveva mollato l’università per il duro lavoro, ma i week-end che si poteva permetter con lo stipendio da operaio specializzato erano molto belli lo stesso.

Si caccio in branda con il volume del suo iPod al massimo.

Dalle cuffie uscivano i suoni balsamici di un brano di Nick Cave.

I pensieri di Alessandro, imbizzarriti gli rimandavano immagini scure cariche di finali tristi da film di quartordine.

..papa won’t leave you Henry…

Avrebbe raggiunto i suoi genitori un po’ in anticipo, pensò, e subito dopo si dolse del fatto che non poteva nemmeno gustarsi l’ultimo pasto del condannato a morte.

..papa won’t leave you boy..

Quella notte ebbe visioni di morte, ovviamente, ma non della sua. Vide una vecchia dai lunghi capelli bianchi, con solo due denti ancora in piedi, che implorava di non essere ammazzata vicino a un torrente. Vide il riflesso della vecchia nell’acqua del torrente diventare rosso. Poi, e l’immagine sembrò avere il potere di dargli un temporaneo sollievo al malessere delle altre visioni, iniziò a distinguere la figura di un piccolo paese arroccato sulla collina di fronte al mare.

Non conosceva quel paese, ma ne rimase incantato.

Le visioni del paese iniziarono ad arrivargli in pieno giorno, forti e nitide come i flash di uno che ha leccato acido un po’ troppo forte. Sembravano una serie interminabile di cartoline del solito posto, visto e preso da diverse angolazioni. Iniziò a riconoscere sullo sfondo del paese una sorta di promontorio imponente con un altro paese ai suoi piedi, direttamente sul mare.

Vide una via stretta su cui si affacciavano case alte dalle facciate in pietra. Scorse anche dei particolari delle stesse in cui saltavano fuori qua e là come una sorta di ferita, dei pezzi di archi acuti medievali.

“Pronto, stai bene?” la voce di Maria finalmente rispose al telefono. Alessandro aveva bisogno di sentire una voce amica. Sua zia, ammesso che lo fosse, non si era più fatta sentire da quando era entrato in ospedale. La sua ragazza ufficiale idem, ma per lavoro a volte spariva per un po’, quindi non c’era da stupirsi. Almeno, pensò, non avrebbe dovuto giustificare le macchie di mirtillo sulle sue mani.

A Maria raccontò tutto come un fiume che rompe gli argini. Le disse del problema e giusto per fare un po’ di terapia, le parlò anche dell’episodio della pietra. Non le parlò delle visioni e dei sogni perché non voleva sembrargli pazzo. O almeno pazzo del tutto.

Niente in confronto a quello che gli disse Maria. Maria gli disse che al ritorno dalla loro gita si era sentita strana e aveva deciso di andare da Madame Triora, una vecchia molto famosa in Valle Roja per le sue capacità medianiche. Alessandro ne aveva sentito parlare e i giudizi che le persone avevano di lei spaziavano da chi le credeva a chi la definiva una pazza a chi invece la considerava una truffatrice. Maria aveva raccontato tutto a Madame Triora, compreso il sogno del cavaliere. Nel suo racconto continuò a non fare cenno di questa cosa ad Alessandro. Va bene far la figura della superstiziosa, ma di ragazza malata di mente, in questo frangente, forse non sarebbe stato il massimo, pensò.

La vecchia, sentendo la storia, e interrogando gli spiriti, mise in guardia Maria. Il male stava tornando nella Valle e lei, Maria, “aveva sfiorato l’entità portatrice di questa nuova ondata di morte, dolore e lacrime”. Alessandro si sarebbe volentieri fatto delle risate se il racconto di Maria si fosse fermato qui, ma la ragazza con le lacrime agli occhi aggiunse che Madame Triora era stata massacrata poco dopo il loro incontro. Un cliente dopo di lei, l’ultimo della giornata, l’aveva trovata sparpagliata nel bosco a pochi passi dalla sua capanna e da Notre dame des Fontaines, la piccola Chiesa sulla strada verso la Bassa del Sansone. Chi l’aveva massacrata lo aveva fatto senza alcuna ispirazione precisa a parte la furia e la devastazione: la testa completamente staccata dal corpo era rimasta appesa per i lunghi capelli bianchi, intrisi di sangue, ad un arbusto fitto e spinoso di lamponi.

Alessandro ricordò il suo sogno della notte precedente e un sudore freddo incominciò a percorrergli la schiena.

Maria era stata interrogata a lungo dalla polizia in qualità di testimone e di potenziale indiziata. Le accuse erano comunque cadute quasi subito, vista la violenza e l’efferatezza del crimine, una ragazza da sola non poteva di certo essere stata. Oltre al fatto che tutti i clienti della Brasserie in cui lavorava l’avevano vista servire i tavoli nelle ore in cui probabilmente Madame Triora andava a incontrare i suoi informatori.

Alessandro cercò di rincuorarla, ma l’immagine del suo seno e del suo sesso lo portarono lontano per qualche interminabile secondo.

“Alessandro..mi senti, Alessandro..?”

“Sì, scusa ti sento, per un attimo è andata via la conversazione…”rispose recuperando a situazione Alessandro. Decise comunque di tentare: non siamo forse missili puntati sul piacere?

E cosi le chiese diretto “Portami quella cosa, Maria”. Lo disse con un tono di voce basso, osservando le reazioni dei suoi compagni di stanza. Il vecchio a fianco a lui, ruminava placido senza dargli la minima attenzione.

Dopo qualche secondo Maria rispose “In ospedale? Ma sei sicuro?”.

“Si, incomincio ad averne bisogno, portami quella cosa ti prego, c’inventeremo qualcosa..abbiamo entrambi bisogno di pensare ad altro..” Alessandro tentò la carta del bene comune e attese. Un vecchio nel letto di fronte a lui lo fissò con un’espressione da reprimenda. Alessandro gli mandò una serie di baci ravvicinati che lo costrinsero a distogliere lo sguardo.

“Va bene, domani sarò lì da te..ciao” la sventurata rispose.

Alessandro sentì un certo sollievo: l’idea di vedere Maria lo tirò su. Soprattutto il fatto di poter ricevere da lei “la cosa”, il codice che usavano per fissarsi un appuntamento in cui poter fare sesso. Lo avevano stabilito per evitare problemi con Christine, anche se poi non lo avevano quasi mai usato se non per scherzo. Effettivamente si dissero, tra dire portami una cosa e facciamo sesso non c’era poi tutta questa differenza nel caso la tua ragazza o il tuo ragazzo avesse intercettato il messaggio. Ma in questo contesto, in cui non voleva far sapere a tutti i presenti le sue intenzioni, era di fatto stato molto utile. Il vecchio di fronte però, sembrò forse aver compreso la cosa e per un istante si passo una mano sulle parti basse.

Alessandro si sentì meglio per un attimo, poi si ricordò di avere una buona probabilità di morire da lì a breve e tutta l’allegria si sfasciò come un palazzo demolito con l’esplosivo.

Quattro colpi forti dall’armadio in sala, nella sua casa con vista mare e infinito a due passi da Aristide, riportano Alessandro nel presente e a kilometri e kilometri dal suo ricordo.

Posa la chitarra e fa “chi è?”

“Lo squalo batanga!”

Per un attimo Alessandro ha un deja-vu. Ma non riesce a mettere a fuoco. Ha riconosciuto la voce e quindi apre l’armadio.

Billi lo guarda da quello che sembra l’interno di un piccolo ascensore moderno. Ha spostato gli omini carichi di camice e pantaloni di Alessandro e con un gesto lo invita a infilarsi nell’armadio.

“Che c’è..non potevi passare dalla porta?”

“E’ sparito il nuovo arrivato, meglio fare le cose al coperto..”

“Mi metto le scarpe e arrivo” fa Alessandro.

“Ti aspetto..”

Alessandro prende i suoi Doc Martens e parecchi giri di stringa e bestemmie (pensate) si rimette in piedi. Sposta le camice e i pantaloni appesi nell’armadio sino a vedere la cabina nascosta dell’ascensore.

Billi fischietta un brano qualunque. Forse un pezzo degli U2.

Che banale pensa Alessandro.

“Dovremmo metterci della musichetta di cortesia in questi ascensori, eh?!” dice Billi, schiacciando un tasto rosso con il simbolo della luna. La porta si chiude e i due sentono i propri corpi provare ad opporsi a una rapida discesa.

Alessandro annuisce poi fa “ma la musica la scelgo io se permetti..”

venerdì, settembre 11, 2009

Korniglia brucia...

Se siete nuovi da queste parti, cliccate qui per le puntate precedenti (a ritroso).

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“..so cosa state cercando e io so dove farlo, adesso però slegatemi..”.

Un tizio grosso come uno stadio è in piedi di fronte all’uomo dal viso coperto di sangue, che ha appena finito di parlare. Gli molla un colpo nella schiena che avrebbe ucciso un mulo, ma il tipo seduto (e legato) non è proprio una silfide e mostra anche lui una discreta collezione di muscoli. Il colpo gli fa vibrare l’enorme collo taurino ed emettere un rumore simile a una cornamusa che si sgonfia.

Il tipo legato ha un fante di cuori tatuato alla base del collo.

“ah sì?! allora io voglio una Ferrari GT del ’96 e dieci milioni di Euro in banca…” dice il tizio grosso come uno stadio, iniziando una risata sguaiata. In fondo alla stanzone senza finestre, un altro uomo piuttosto grosso, scoppia anche lui a ridere, ha in mano una banconota arrotolata. Alza la testa per un attimo, e i suoi pochi capelli ma lunghi, da un tavolino imbandito con polvere bianca.

“Tra un po’me la fai andare tutta di traverso..bella battuta questa..!” gli fa. Poi ributta il capoccione giù per far sparire due righe bianche sul tavolino.

Quando rialza la testa ha una vena rossa che gli percorre tutta la fronte. Sembra un serpente che pulsa sotto pelle. Si alza di scatto e va verso l’uomo legato. Deve percorrere almeno una decina di metri. La stanza sembra grande, immersa in una semioscurità disturbata da un neon da obitorio che ogni tanto mostra i primi segnali di esaurimento. In basso ci sono diverse scatole di legno semiaperte. L’uomo legato è riuscito a scorgervi dentro una serie di articoli tra cui del caviale beluga, dom perignon e dei sacchetti pieni di farina da naso.

“..dite al vostro capo che so cosa sta cercando..”

Il tipo carico, che ha appena pippato, accelera il passo e arrivato di fronte al prigioniero gli scarica una serie di colpi in volto. Uno schizzo di sangue gli arriva sulla camicia bianca.

“porcoddue, guarda cosa cazzo hai fatto…” dice mollandogli un colpo allo stomaco, poi si mette a controllare tutta la camicia. La catena d’oro con un grande crocefisso all’estremità che ha al collo si mette a dondolare in avanti, uscendogli dalla camicia. Ha pure un orecchino d’oro con un brillante grande come una cipolla. Probabilmente, diventando vecchio, il lobo gli si allungherà sempre di più. Come le tette di un’anziana che da giovane le aveva grosse.

“Cosa cazzo vuoi che gl’interessi al mio capo di quella cosa che vuoi dirgli eh?!” il tipo con la camicia sporca di sangue tira fuori una Beretta calibro nove da dietro, sotto la camicia.

Il tipo grande come uno stadio resta un attimo a pensare, poi va al tavolino a servirsi a sua volta di polvere bianca. Nel tragitto ha tempo per dire “forse dovremmo chiamarlo..com’è che si chiama quella roba che dovrebbe interessargli?”

Il tipo seduto alza la testa per un istante, giusto il tempo di pronunciare “il Marcatore di Histebano”.

Il tipo arrivato al tavolinetto ripete “..il Marcatore di stofaro, bene..chiamiamo il capo e diciamogli di sta roba..che ne dici?” poi si fa una riga abbastanza grossa, forse con troppa precipitazione. Resta un attimo con le dita a tenaglia sul suo naso e scuote la testa due o tre volte.

“Ehi vacci piano..che le chianghe ti spaccano il cervello se non stai attento..” gli urla il tipo con il catenone e il crocefisso d’oro, “comunque se vuoi chiamarlo fallo tu, ha detto di non disturbarlo che sta selezionando il carico per lui..”

Poi, come per passare il tempo, si avvicina al tipo seduto, che nel frattempo ha ripreso fiato, e gli molla un pugno sui reni. “Ti stavi rilassando eh?!” dice toccandosi il crocefisso che ha al collo, fermandosi a guardare la sua opera come per valutare il grado di dolore apportato.

L’uomo seduto ha i polsi ammanettati e le caviglie tenute assieme da del nastro da pacchi color argento. Esteticamente l’argento s’intona molto bene con le converse rosse che hai piedi.

Recuperando l’aria anche dai pori della pelle e sforzandosi di non sentire quel fuoco che gli brucia le costole ad ogni respiro, trova la forza di dire “se mi tocchi un’altra volta ti ammazzo..”

Il tizio dalla camicia bianca sporca di sangue si allontana per un attimo dalla sua vittima. Sul suo volto compare un’espressione di stupore che si trasforma rapidamente in una risata sguaiata “hai sentito Nichi! Se lo tocco ancora mi ammazza..” Si piega in due con la pistola appoggiata sul ginocchio. Nichi il suo compare, non lo ascolta più di tanto, ha appena schiacciato sul cellulare il tasto invio ed è in attesa di sentire un pronto dall’altra parte.

“Bè, Bruce Willis dei cazzo, l’ho visto anch’io quel film e non commetterò l’errore di avvicinarmi perché ti ammazzo subito..understand?” poi il tipo dalla camicia sporca di sangue punta la pistola verso il tizio legato.

“Giova, aspetta!” il compare al telefono gli urla di nuovo “aspetta! Il capo lo vuole ascoltare..!”

Giova si volta verso il compare e vede il suo volto passare da un’espressione tranquilla a una eccessivamente preoccupata. Nella sua mente si forma un pensiero di estrema curiosità per quell’espressione che ha visto comparire così all’improvviso.

E’ il suo ultimo pensiero prima di morire.

Il tizio seduto si è messo in piedi, a gambe unite, e muovendo velocemente le sue mani legate ha spostato la testa di “Giova” di pochissimo oltre il limite fisico sostenibile dal suo collo.

Così inattesa, la lieve pressione è bastata a condurre la vita di quell’uomo sino al piccolo crack della sua fine definitiva.

Nichi sorpreso dalla scena reagisce estraendo la pistola a sua volta.

Un colpo gli parte verso l’alto, troppo in alto per pensare di colpire il suo bersaglio, che nel frattempo ha levato la pistola dalla mano del fantoccio inanimato che un tempo si chiamava Giovanni, “Giova” per gli amici”, ormai steso per terra cadavere. Il suo secondo colpo centra proprio Giova in pieno stomaco. La sua camicia è completamente rossa, ma non gl’importa più adesso.

Il terzo colpo non parte perché il tizio che fino a qualche istante prima pareva inerme e legato gli ha sparato a sua volta centrandolo al fegato.

Strano, non sente dolore, ma non riesce più a muoversi. Una volta aveva visto un film in cui una persona si prendeva una pallottola al fegato e l’uomo che l’aveva colpito gli diceva “sei morto, non c’è più niente da fare”. Ricorda di aver trovato quella scena tremendamente crudele, vedere il tuo assassino dirti che stai morendo e che non c’è niente da fare.

L’uomo che gli ha sparato, si strappa via il nastro che gli teneva bloccate le caviglie, poi gli si avvicina e con un calcio allontana la pistola che prima teneva in mano. Poi prende il cellulare che è rimasto acceso con la chiamata forse ancora attiva.

“Allora sei tu quello che vuole il Marcatore di Histebano o no!?” il tipo posa la pistola sul tavolino e si massaggia il collo, proprio sopra al fante di cuori tatuato. Mette il vivavoce al telefono e lo posa sul tavolino in mezzo ai resti di cocaina, poi effettua due o tre movimenti laterali del collo per scioglierlo.

“Ne possiamo parlare” dice una voce metallica proveniente dal telefono.

“Ti ci vorranno almeno 20 milioni di Euro..” dice il tizio dalle converse rosse, toccandosi la parte bassa della schiena con un’espressione di dolore sul suo volto.

“Ne possiamo parlare” ripete la voce metallica.

“Hai tempo sino a domenica prossima, se non ti fai sentire sparisco e non mi faccio più trovare..”

Dopo qualche secondo di silenzio la voce metallica fa “come faccio a trovarti?”

“Non c’è bisogno ti trovo io..devi soltanto mettere un annuncio su L’Occasione di domenica..”

“Cosa devo scrivere nell’annuncio?” gracchia la voce metallica del vivavoce.

“Scrivici..Vogliamo parlare con il Fante di Cuori”.

Nichi vede il tipo chiudere la conversazione e mettersi il cellulare in tasca. Prima però lo spegne.

Prova un freddo ultraterreno e un’incredibile voglia di addormentarsi.

Gli ultimi suoni che sente sono alcune frasi dette dal tizio che lo ha appena ucciso prima di uscire.

“Yippikayei bastardo, yippikayei..”