Tutto quello che volevamo era non pensare al lunedì mattina ed alla crisi in medio oriente....
giovedì, febbraio 13, 2014
Il breve racconto dell'umanità
martedì, ottobre 26, 2010
Perché per morire bisogna essere allenati.
Dedicato a mio fratello che ha iniziato a scrivere racconti.
"..amaro. Anch'io bevo il caffè amaro. Sai la glicemia".
Mi guarda e io annuisco. Non è quello che voglio fare, ma lo faccio lo stesso.
La pancia, con il pigiama che si è stretto, sembra ancor più gonfia se possibile.
"Ma sento dei bruciori allo stomaco che non mi piacciono per niente. Prendo gli antiacidi, ma non fanno niente. Deve esserci un ulcera. A Ceparana una domenica che ero solo mi è venuto un dolore al petto che saliva fino in gola, ho pensato ecco l'infarto."
Sorseggio il tè, cercando di restargli addosso con lo sguardo. Non annuisco più in maniera meccanica. Penso a cosa devo fare al lavoro domani. Poi ritorno su di lui con lo sguardo.
"A forza di bruciare rischi che ti venga un tumore..". Allargo l'espressione degli occhi, alzando le spalle. "..Ti dico che è così, ti viene un tumore a forza di bruciare. La Nadia mi ha detto fatti una gastroscopia. Quando torno me la faccio, è l'unico modo per vedere..ho qualcosa. Ci deve essere qualcosa lì."
Guardo la sua barba tagliata in maniera bizzarra per un quasi 70enne. Non vorrei più essere lì in quel momento.
"..Tonino ha iniziato a sboccare sangue a Londra, lo hanno aperto e poi richiuso, gli han detto che non aveva niente. Niente un cazzo, in Italia lo han visitato e gli han levato lo stomaco..ma doveva avergli preso il fegato. Senza stomaco vivi, ma senza fegato no".
Mi chiedo perché sta dicendo queste cose. Alle sue spalle fisso il calendario della Conad con un cesto di frutta.
"..pesava 110 kili poi in un anno se ne andato. Ha pure sofferto perché la morfina non gli faceva tanto effetto..l'ultimo mese lo hanno rimandato in ospedale perché a casa non potevano seguirlo.."
Mi guarda come se dovessi fare qualcosa. Mi chiedo perché sta dicendo queste cose sgradevoli.
"..l'ultima volta che l'ho visto mi ha parlato dei suoi genitori che sono morti giovani e poi mi ha detto adesso tocca a noi.."
Mi guarda. Io fisso la sua faccia ma non lo sto guardando.
"..aveva una paura folle del cimitero è per questo che si è fatto cremare e poi si è fatto buttare le sue ceneri in mare..lo voglio fare anch'io..anche tua mamma ha detto che vuole fare così. Paghi 400 Euro per il forno e 700 per una bara di quelle aperte e da poco. Tanto la bruciano. Ci vogliono 3 ore per bruciare tutto, a Livorno ci impiegano meno.."
Torno ad annuire, l'ultima parte del suo discorso deve aver richiamato la mia attenzione, ma non so perché. Gli faccio "ti racconto una barzelletta..un cacciatore vede un piccolo orso nel bosco e così prende la mira e lo ammazza. Di colpo si sente toccare sulla spalla, si gira e vede un orso di medie dimensioni che gli fa senti adesso scegli ho ti sbrano o ti fai inculare. Il cacciatore sceglie la seconda e si mette a pecorina. L'orso lo incula e il cacciatore torna malandato a casa dove passa un mese a curarsi poi decide di vendicarsi. Così torna nel bosco e trova l'orso di prima e lo ammazza. Si sente toccare alle spalle e vede un grizzlie che gli fa adesso o ti sbrano o ti fai inculare" Faccio il gesto del clacson.
"..il cacciatore si fa inculare anche dal Grizzlie. Torna a casa sbrindellato e passa 6 mesi a letto per riprendersi poi decide di vendicarsi e torna nel bosco. Vede il grizzlie e lo ammazza." Mio padre fa "sente toc toc alle spalle.." e io ".sente toccarsi sulla spalla e vede un enorme orso polare che gli fa ma dimmi la verità, tu non vieni qui per cacciare, eh?!"
Lo vedo ridere e io sento di dover andare a pisciare.
venerdì, dicembre 25, 2009
Christmas Carogn - il racconto polaroid di Natale
Ogni Natale la stessa storia, cosa regalare? Ma quest’anno, per coloro interessati a offrire un regalo davvero non banale e dotati di una capacità di spesa non indifferente possono rivolgersi alla (un beep copre il nome)
Abbiamo infatti il piacere di avere qui con noi il signor Gangabanga, un nome inventato dato che, come avrete modo di comprendere, le attività della (un beep copre il nome)
Posso dire così signor Gangabanga?
Sì può sicuramente dire quello che vuole.
A rispondere è un tipo vestito con un gessato grigio a larghe righe bianche, camicia nera e cravatta beige. Indossa una maschera in latex rosa con dei buchi per gli occhi. Prima di rispondere ha aperto la cerniera metallica che teneva chiusa la fessura della bocca.
Bene, può raccontarci cosa fa la sua azienda di così particolare?
Facile. Roviniamo la vita delle persone.
Il tipo con la maschera in latex si passa la lingua sulle labbra, sfregandola anche un po’ sulla cerniera lampo in metallo.
Rovinate come? Può spiegare meglio ai nostri telespettatori?
Facciamo semplicemente in modo che la loro vita diventi un momento di reale sofferenza…
Il tipo mascherato fa il gesto di una torsione con il pugno. E’ un gesto deciso e veloce, nella sua totale semplicità.
Intende dire che li torturate?
La violenza fisica è una cosa facile da sopportare, noi interveniamo provocando problemi ben peggiori e non tocchiamo nessuno. Non c’interessa. Quello che perseguiamo è fare in modo che la vita del nostro bersaglio diventi molto difficile da essere portata avanti..e nel fare questo le assicuro che siamo assolutamente determinati.
Può farci un esempio del vostro intervento?
Sì, ma non adesso.
..e quando allora?
Il tipo mascherato si passa la lingua sulle labbra. Il sapore di metallo, dovuto al contatto con la cerniera gli fa stringere per un attimo le guance, quasi avesse addentato un limone. Poi s’immobilizza senza rispondere. Si aggiusta il nodo della cravatta.
L’intervistatore capisce che deve proseguire.
Va bene, senta, voi della (un beep copre il nome)
Lo trovo altamente improbabile. Siamo un’organizzazione totalmente clandestina con agganci ad altissimo livello. Siamo così protetti da poterlo dire persino in una trasmissione televisiva come questa. Se non abbiamo agganci li creiamo, tramite amici di amici o con i soldi. Si può comprare tutto sa? Soprattutto in questo fantastico paese. A volte organi pseudo ufficiali dello Stato ci chiedono delle attività che portiamo avanti in cambio di favori. Non siamo mossi da alcun interesse economico e quindi risultiamo di difficile comprensione per chiunque..le nostre dinamiche non sono inquadrabili da nessun ipotesi o quadro istruttorio che si voglia tentare di comporre.
E allora perché lo fate?
Semplice, produciamo potere di cui poi ci piace disporre in totale libertà.
Il tipo si mette le mani sulla maschera cercando di spostarla verso l’alto. Si gratta la testa. Poi si ferma.
E come selezionate le vostre attività? Venite assunti direttamente dai clienti interessati o effettuate voi una selezione?
Noi non veniamo assunti, non percepiamo alcuna retribuzione per quello che facciamo.
L’intervistatore sembra perplesso e interviene per chiarire il suo dubbio.
Ma non mi avete detto che siete stati ingaggiati da un cliente per Natale?
Il tipo con la maschera si lecca le labbra due volte prima di rispondere. Respira profondamente.
Sì. Ma questo è un caso particolare. Abbiamo deciso di agire su richiesta. Di solito siamo noi a scegliere il bersaglio. E’ un processo totalmente casuale. Ci tengo a sottolineare che non siamo mossi da alcun concetto etico. Non agiamo per compiere vendette o per riequilibrare ingiustizie. Noi siamo il caso. E anche il caso ogni tanto sembra prendere una direzione ordinata. Abbiamo così deciso di farci ingaggiare per una volta come se fossimo un agenzia. Una sorta di A-Team malvagio.
Il tipo in maschera si mette a ridere con forza, batte i suoi stivaletti bianchi per terra con forza, poi estrae con una rapidità quasi studiata un iPod touch.
Per questo nostro primo lavoro, abbiamo percepito un bel po’. Sono circa 450.000 Euro e di fatto erano suoi. Ce li ha dati sua moglie.
L’intervistatore diventa paonazzo e abbozza un sorriso nervoso.
Ma come? State scherzando vero? Gianni è uno scherzo vero, mi avete mandato su scherzi a parte?
Dalla regia proviene una voce gracchiante.
No, non è uno scherzo.
L’intervistatore guarda il tipo con la maschera, si alza e gli si mette a fianco in piedi.
Senti
Il tipo in maschera chiude la cerniera, celando la sua bocca. Con le mani porge l’iPod touch all’intervistatore, accompagnandolo con un gesto inequivocabile. Vuole che guardi un piccolo video che nel frattempo ha preso vita sul minuscolo display.
L’intervistatore sembra dapprima scazzato e poco intenzionato a seguire il filmato, poi la sua attenzione diventa sempre più forte. Un’espressione di terrore gli rapisce il volto – osserva la fine arrivargli negli occhi. Dritto per dritto come un pugno.
Il tipo mascherato si alza e dice qualcosa. La maschera non permette di comprendere appieno quel che ha detto. Sembra “Buon Natale” ma non si può esserne sicuri. L’intervistatore si piega sulle ginocchia portandosi le mani al volto.
Il video finisce e l’immagine torna sul giornalista in studio. Mario Valenti aveva 35, lascia una moglie e due figlie. Il corpo è stato ritrovato in un parcheggio poco lontano dai nostri studi. Per gli inquirenti si tratta di suicidio. In questo momento la polizia sta interrogando la moglie, ancora non si sa se come persona informata dei fatti o come indiziata di reato.
domenica, novembre 16, 2008
Racconti solubili
Ansia, struzzi e coppe intercontinentali.
sabato, ottobre 18, 2008
Mario Selaschetti e Severgnini.
E l'hanno pure pubblicato. Guardate qui.
Ma li mortè!
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Now playing: Jacques Brel - Mon Enfance
via FoxyTunes
domenica, ottobre 05, 2008
Solubili...encore une fois
Non sapevo quale fosse il livello di danno che quella roba gli aveva provocato. Un amico di famiglia sulla sessantina, più o meno dell'età di mio padre mi sedeva davanti e mi guardava con un'aria abbastanza attenta. Era la prima volta che lo vedevo dopo che era uscito dall'ospedale perché si era preso un ictus.
La moglie al suo fianco non tradiva la minima preoccupazione come se fosse ormai normale per lei andare in giro con lui in quelle condizioni. Probabilmente ha ormai compreso che tutti quanti conoscono la sua situazione: il giro di conoscenti è una comunità in cui le informazioni sul tuo conto girano veloci (devo ricordarmi di questa cosa, non è poi così tanto banale).
Seduto sulla sedia a rotelle incominciava a guardarsi attorno come un bambino al supermercato. Non sapevo cosa fare e come comportarmi, per fortuna la moglie iniziò per prima la conversazione.
- Allora come stanno i tuoi?
- Bene – Risposi pensando a quanto fosse diversa la mia situazione dalla sua e al fatto che non potessi rispondere automatico – e voi?
Cercai di rimanere attento alle parole di quella donna, ma la curiosità era troppo forte. Mi voltavo continuamente per guardarlo. La bocca si muoveva, indicando che non vi era alcuna traccia di paresi. Sussurrava qualcosa, una specie di nenia, forse una canzone. Ma non riuscivo a intendere perfettamente il suono che gli usciva dalla bocca perché dovevo far finta di essere attento a cosa mi diceva quella donna.
- E Michela come sta?
- Bene, da quando abbiamo avuto Julian non lavora più..
Aggiunsi qualche dettaglio in più per scappare dalla trappola del – e voi come state – inoltre non ricordavo più il nome dei suoi figli e questa cosa mi rendeva praticamente incapace di sostenere una conversazione decente. Potevo solo muovermi su temi inutili e generali. Lui iniziò a fissarmi sorridendo e così io, di riflesso, iniziai a ricambiare mentre annuivo a caso alle parole che la moglie mi diceva. Devo essere sincero: non captai praticamente nulla di quello che mi disse. La mia distrazione era così totale che molto probabilmente (ma di questo non ne sono sicuro) devo aver sbagliato il momento in cui infilarmi nella conversazione. Devo aver risposto un "e del resto" forse nel momento in cui lei mi chiedeva qualcosa. Comunque non vidi la sua reazione sul volto perché (e la cosa è ancora oggi un mistero per me) incominciai a rivolgermi al marito.
- Allora Paolo, come va?
Come il suicida che capisce di aver sbagliato solo dopo essersi buttato dalla finestra, compresi di essermi infilato in un casino, ma era troppo tardi. Lui sembrò ignorare la mia domanda per un attimo poi, come fosse la cosa più naturale del mondo, fece un'espressione del tipo "e come vuoi che vada? Non vedi che sono sulla carrozzella?"
Guardò sua moglie, per un attimo e mi disse, tornando a fissarmi con attenzione, con il tono di chi voleva dire "ormai non mi resta che attendere": "stivali messicani conquistano il lavandino".
Dopo averlo detto rimase a sostenere il mio sguardo con intensità. Nessuna traccia di pentimento, poi fece un cenno che sua moglie interpretò come un andiamo e ci accomiatammo.
Continuo ancora oggi a pensare a quelle sue parole, forse avevano un senso in qualche altra dimensione. Ma il punto non è questo.
Penso che le parole, quando perdono di significato, acquistano una bellezza atroce. Sono la scoperta di qualcosa d'inimmaginato. Il segnale che c'è qualcosa che sfugge.
(aM 18.2008)
giovedì, settembre 18, 2008
Solubile numero 17
Un tizio che ha fatto un corso per scrivere racconti, mi fa perché non provi a imitare lo stile di qualche scrittore?
E io gli ho detto va bene, perché no?
Così mi ha dato un libro di uno scrittore americano che è molto bravo a sentir lui e ho iniziato a leggerlo.
Mi ha pure detto che da qualcosa dei suoi scritti ci hanno fatto due film. Uno si chiamava, se ricordo bene, Blue in the face mentre l'altro non lo ricordo più.
Comunque ho iniziato a leggere uno dei suo racconti, piuttosto lungo, e mi è molto piaciuto lo stile e le cose che narrava. Mi è piaciuto molto il modo in cui tirava dentro degli incisi su cose difficili e come scavava i personaggi, facendone uscire tutto. Proprio tutto.
Mi viene in mente l'immagine di un limone strizzato.
E pensare che il limone è un ibrido nato da un Cedro e un tipo di agrume praticamente sconosciuto, a meno di vivere in Malesia dove cresce e viene consumato in abbondanza. Si chiama Pomelo e assieme al Mandarino e al Cedro costituisce la base, attraverso incroci tra di loro, di tutti gli agrumi che si conoscono.
Quando l'ho scoperto devo ammettere che ci sono rimasto un po' spiazzato. Avrei scommesso che uno dei tre agrumi fondamentali potesse essere il pompelmo e invece non è così.
Vorrei mettermi a scrivere quel racconto, ma sento l'ispirazione svanire.
Non è pigrizia è una cosa strana che mi capita ogni volta e per ogni cosa mi metto a fare.
Se non riesco a dargli un senso, a incastrarla nella mia costruzione vitale, allora mi si sgonfia tra le dita e torna a generare noia. Così se voglio scrivere non devo solamente pensare a cosa scrivere, ma devo anche sentirmi di non perdere del tempo mentre lo faccio.
Facevo la collezione del Subbuteo da piccolo. Un giorno mi son chiesto a cosa mi serviva tutto quel gran mucchio di scatole piene di squadre (avevo la seconda maglia della Roma che mi piaceva moltissimo!), di pezzi di tribuna e dei lampioni.
Non sono riuscito a darmi una risposta e così ho regalato tutto a un mio amico.
Con la scrittura rischio sempre di fare questa fine, ogni giorno.
E anche dire queste cose su di me, in realtà, è solo un tentativo di esorcizzare questa mia ansia. Sembro il bambino che ha paura di non trovare la mamma quando torna dalla gita, così prima di partire glielo chiede 4 o 5 volte. Provando a ricordarsi bene la sua promessa, ma per quanto prova a convincersi, sente la paura dell'abbandono salirgli dall'intestino.
Suonano al telefono e torno al presente, al foglio bianco in questa stanza che ha solo un tavolo al centro e le pareti disadorne.
Disadorne?
Da dove ho ripescato questo termine?
Rispondo distratto e la voce dall'altra parte mi dice, con molta calma, che vuole parlare con Mario Selaschetti. Resto un attimo in silenzio, mentre mi osservo le mutande e noto una lieve macchia sul davanti.
- No, ha sbagliato, mi spiace.
- Ne è sicuro? – La voce, ancora calma, m'incalza lieve dall'altra parte
- Certo, mi chiamo Paul Austen perché mai dovrei essere Selaschetti?
Vorrei mettermi a scrivere dunque, ma ogni scusa, anche inesistente, sarà capace di fermarmi.
Compresa questa.
Vi siete resi conto che non uso mai la parola "piuttosto"?
(aM 17.2008)
domenica, agosto 31, 2008
Racconto solubile #16
pochissimo.
Ne vedevo ancora qualche tiepida striatura in alto, verso il passo dei
Mandrioli, almeno credo perché non conosco bene il posto.
Sapevo dove andare ma non sapevo bene dove fosse la mia vera meta del
viaggio.
Cercavo un parcheggio, avvertendo un po' d'ansia: volevo fare il check
in in albergo e poi cercare un posto dove cenare prima che la cucina
chiudesse.
Scartai qualche riga blu e un non molto chiaro parcheggio libero ma
solo con tagliando verde e alla fine, non senza qualche rischio, la
sistemai in un buco in un vialetto alberato.
Non era lontano dal centro. Me ne accorsi percorrendo quella che aveva
tutti i crismi di essere la via principale. A ogni metro aumentava la
gente e il rumore di una musica indistinta.
Alla fine la strada finì nella piazza principale e la musica divenne
la mazurka che accompagnava, s'un palco a livello strada, una scuola
di ballo di Cesena.
Il presentatore abbronzato stava chiamando sul palco una coppia
giovane per una salsa cubana, quando trovai l'albergo.
Una decina di anziani stazionava nel piccolo dehor sul davanti.
Probabilmente già si preoccupava dell'orario in cui sarebbe finito lo
spettacolo.
Entrai, posai le valige e mi misi alla ricerca di quel posto.
Dalla piazza presi per errore – che errore! – il lungo Savio. Il viale
alberato era buio, mi mise voglia di fischiettare, nonostante in
lontananza il rumore della scuola da ballo mi faceva sentire come il
ragazzo che nuota dove non si tocca ma vedendo vicino lo scoglio si da
coraggio e gode della paura allo stesso tempo.
Che strani che siamo, eh?
Il rumore della musica sparì di colpo lasciandomi al buio senza legami
con la vita.
Di colpo 4 figure scure mi si fecero incontro. Le peggiori che potessi
mai incontrare.
Sulla musica di un pezzo di cui non ricordo più il nome hanno iniziato
a cantare: "gira bagno di romagna perché è un cesso, un cesso un cesso."
Per un attimo ho sperato non ce l'avessero con me, poi però una delle
4 ragazzine (sui 14 anni, credo) ha detto: "c'ha pure i baffi" e
quindi senza dubbio si riferivano a me.
Con buona pace della mia autostima, mi sentii come mi avessero dato un
calcio nei coglioni.
Mi sono ributtato verso la luce, alla ricerca di quel posto.
Ripensavo ai miei problemi passati quando avevo meno d 18 anni e mi
sentivo poco apprezzato. Avessi subito allora una cosa del genere
sarei impazzito.
Le case basse attorno alla via erano tutte in sasso. I negozi di
prodotti dolciari, liquori centerbe e miele di castagno si alternavano
a moscissime gallerie d'arte e negozi di souvenir con tanto di
braccialetto con il tuo nome inciso a laser.
Il mio posto dev'essere qui, non troppo lontano, pensai.
Di colpo una scritta catturò la mia attenzione: libreria (Via
Palestro, strada medievale).
Girai l'angolo e mi trovai davanti all'inaspettato.
Una strada tra due file di casette basse, e verso il fondo una serie
di archi a tutta volta la attraversavano, portandoci sopra a volte una
stanza con finestre, a volte un giardino sospeso, a volte un
ponticello. Ai lati della strada dei faretti nel terreno e dei
lampioncini in stile '800, tracciavano la mia via verso la fine della
stessa.
Era una strada magica e la percorsi tutta.
Così magica che mi dimenticai il posto in cui volevo andare.
(aM 16.2008)
domenica, agosto 03, 2008
Racconti solubili #15
"Il caffè è pronto".
Torno al mondo con questa frase in testa. Mi giro e mi asciugo la bava ai bordi della bocca poi mi stiro.
Tu mi guardi che sei già in piedi.
"Stanotte che Julian mi ha fatto dormire ho fatto un incubo"
Non rispondo perché ho ancora tutta la notte in bocca e non mi si muove la lingua.
"Ma non era un incubo normale era più la trama di un film horror"
Metto il braccio dietro alla testa, sul cuscino e ti guardo mentre parli.
"C'era un corso di quelli che fanno le aziende di perfezionamento..ma non sulle cose di lavoro..sull'autostima e quelle robe tipo camminare sui carboni ardenti..com'è che li chiamano?"
Mi guardi alla ricerca di una risposta che io conosco ma non ho voglia di dirti, adesso.
Ancora non mi partono le parole così ti mostro un'espressione del tipo non lo ricordo.
"..comunque, alla fine li ammazzano tutti..e la cosa buffa è che i partecipanti vengono selezionati in base al tipo di scarpe che indossano..ce n'è pure uno con dei sandali verdi che hai tu, ma non eri tu..alla fine quando li ammazzano fanno vedere le scarpe a fianco di ogni cadavere"
Penso, ma non parlo, "che bella quest'idea delle scarpe, mi ricorda un po' Bianca di Moretti, ma qui è più cattiva.."
"Alla fine si salva solo una ragazza e un bambino…io non sono la ragazza invece il bambino è Morgan..un'angoscia mi è venuta..scappano e vanno negli uffici di una grande azienda, mi sembrava l'IKEA..ma i due dirigenti a cui vuole dire la cosa sono dell'organizzazione che fa i massacri..così scappano di nuovo"
Tiro un sorso al caffè e ritrovo la parola.
"Bello.
Sei contenta del mio giudizio, lo vedo chiaramente.
"Quando li ammazzavano facevano delle facce tipo arancia meccanica..preferisci quest'ascia oppure questa sciabola?" sul tuo viso un ghigno simulato.
"Bello davvero.."
Sono contento anch'io.
Era un po' che non condividevamo qualcosa, io e te.
(aM 15.2008)
giovedì, luglio 24, 2008
Racconti solubili #14
E’ vecchia e lenta, le caviglie sono due panettoni antiparcheggio, faccio un ultimo scattino e la precedo sull’ingresso. Schiaccio subito il tasto giusto, quello dei pagamenti dei bollettini postali e mi allontano nell’androne delle Poste di Via Garibaldi.
Lei, la vecchia, sento che mi da del giovane maleducato con qualche spettatore involontario e poi inizia a chiedere aiuto su cosa deve schiacciare.
Ma io sono già seduto a guardare il tabellone luminoso. Ho il C184 e se leggo bene in alto dovrei avere una ventina di persona davanti a me.
Sono tante mentre le casse aperte sono solo 3.
Incomincia a prendermi una certa forma di ansia. Un’ansia strana, quasi più una forma di smania, il desiderio di vedere uscire sempre più numeri vicino al mio sul tabellone del codometro.
Il primo non mi gioca a favore, A123 sono quelli del bancoposta, son clienti pesanti questi: non è come spedire una busta o pagare un bollettino, dove ci sono di mezzo i propri soldi ci vuole più tempo. Chiedi sempre conferma “ma questo importo è corretto?”, “cosa vuol dire commissione lavorazioni esterne?”. E il tempo passa senza vedere cambiare il numero sul display a led rossi posto sopra alla cassa.
Guardo il signore in piedi, si è alzato dopo che ha visto H36 (per la cassa 6) lampeggiare dopo il segnale sonoro. Probabilmente ha il biglietto H37 o lì vicino. Cerca di capire quale sia il cliente più avanti nelle operazioni, il primo che finirà di essere servito e che lascerà quindi la cassa libera di ottenere un altro assegnamento. Un altro numero, eccolo alla cassa 8, ma è di nuovo un cliente banco posta A125. Il signore sbuffa e si mette a guardare l’orologio.
Ha fretta, mentre io vedo cominciare la mia rimonta
C170, C171 e C172 passano in un minuto, benedetti quelli che se ne vanno impazienti!
Mancano ancora 13 persone davanti e sono dentro da soli 10 minuti.
Sono euforico e aspetto il prossimo segnale, eccolo C173, niente bancoposta o spedizioni urgenti, sono nel cuore di chi o cosa gestisce la coda.
Poi di colpo una bella batosta e cado in preda alla delusione più nera: passano uno dietro l’altro, lenti come TIR in salita 5 codici che iniziano con la B. Arriva l’ultimo il B152 che ancora non ho capito bene cosa debbano fare quelli con questo tipo di codice.
Ma si riparte il mondo è un flipper colorato e ad ogni cicalare del suono che anticipa i numeri vedo la distanza con il mio C184 svanire. Sono esausto di gioia e trepidazione, mi alzo al C182 perché ormai sono tutto un bollore.
Sono mercurio vivo.
Guardo intorno le casse, quale sarà la mia?
Devo stare calmo, ma sono eccitato come un bambino al parco giochi, ancora pochi secondi e uscirà il mio numero.
Eccolo: C184.
Mi guardo attorno paonazzo, sono felice.
Ma la felicità è una cosa passeggera, passa subito.
Io però ho voglia di riprovarla, un’altra volta, ancora e poi ancora.
Faccio una pallottolina del cartellino con il numero e prendo la strada per l’uscita.
Mi busco un po’ di caldo qui fuori e poi mi rifiondo dentro a riprovarci.
(aM 14.2008)
giovedì, luglio 10, 2008
Racconti Solubili # 13 (? Boh?)
L'importante è che scrivi. Butta giù una parola dopo l'altra e fregatene di tutte le voci.
Ogni cosa è inutile, a seconda di quale scopo scegli di perseguire in quel momento. Quindi scrivi, che vedrai che ogni volta sarà sempre meglio. Non pensare a cosa serve. Come un muscolo rinvigorito, la scrittura ti costringe a spremere la tua essenza, a formare il pensiero e renderlo fisico. Certo questi led che si accendono per fare le lettere non sono poi tanto più fisici del pensiero, ma è già qualcosa.
Qualcosa che testimonia la tua presenza qui.
Ecco pensavo più o meno a queste cose, davanti al monitor del mio computer, quando hanno bussato alla porta.
- Ha per caso visto le mie tette?
- Cosa?
- Le ho chiesto se per caso ha visto le mie tette?
E' un tizio secco e dai capelli grigi, ma sulla 40ina, quello che dice di aver perso le tette. Tossicchia per schiarirsi la voce.
- Scusi ma perché ha bussato qui?
- Non lo so, ma sul piano nessun altro mi ha risposto.
- Ascolti…
- Be' ha visto per caso le mie tette?
- Ascolti..non so proprio di cosa stia parlando.
Il tizio non da segni di pazzia apparente. Ha una cravatta blu con sopra il disegno di una mongolfiera. Sulla camicia ha una patacca di qualcosa che sembra gelato. Probabilmente un magnum al cioccolato bianco.
- Si che lo sa..non hai mai visto delle tette?
- Si..certo, ma questo non…
- E allora vede che mi può aiutare?
- Va bene, allora, mi dica come sono?
- Sono tette gliel'ho detto.
- Intendevo di che taglia? Di che forma? A pera, a melone, cadenti, insomma si fa presto a dire tette..
Il tizio mi fissa e si caccia in gola lo stecco di quanto rimasto del gelato. Lo succhia e poi se lo leva di nuovo. Mi punta addosso lo stecco e dice – lei mi sta prendendo in giro…
Per un attimo ho paura del suo sguardo che sembra per un istante caricarsi di rabbia. Allora cerco di giustificarmi:
- No guardi, chiedevo solamente se…
Il tizio abbassa lo stecco del gelato.
- Va bene, me ne vado..mi scusi per il disturbo..ma da quando ho perso le mie tette ho perso un po' la testa. Cioè, no. Si ok, ha capito che questo è solo un gioco di parole, perché la testa è ancora qui. Si, fa niente..mi scusi ancora.
Nello stesso momento in cui il suo sguardo passa da un accenno di rabbia a un misto di delusione e sconforto, si gira e se ne va.
Chiudo la porta, mentre lo vedo scendere ciondolando la rampa di scale.
Mi gratto il sedere e sposto le mutande che mi si sono infilate tra le chiappe.
Il computer ha attivato il salvaschermo: un susseguirsi di foto dei miei figli smette la sua sequenza di apparizione non appena tocco il mouse.
Riprendo da dov'ero rimasto. Scrivo "i", "l", e poi "tizio"…e poi "…è quasi fuori dal portone del condominio. Triste e sconsolato, guarda delle persone a caso, alcune felici, altre senza apparenti emozioni. Si chiede per un attimo perché.
Poi, dandosi una botta alla fronte con il dorso della mano, inizia a sorridere piano poi molla gli ormeggi e diventa sempre più sguaiato: una risata piena, senza freni.
Qualcuno lo nota, e forse vede la sua maglietta con le macchie di gelato. Ma lui se ne frega, adesso che si è ricordato dove ha lasciato le sue tette, è troppo felice."
Rido anch'io, mentre mi tiro indietro sullo schienale e mi accendo una sigaretta.
giovedì, giugno 19, 2008
Racconto solubile #12
naso e ci ficca quasi la faccia dentro.
Il suo amico seduto di fronte lo ascolta attento, mentre fa roteare il
vino e poi lo lascia tornare quieto, guardandone le righe e i segni
lasciati sul vetro.
"..ma sento anche un profumo di petali di violetta...strano, non
credi?"
L'amico è impegnato ad annusare e così non gli risponde subito, poi
dopo 3 o 4 tirate su con il naso torna a reagire annuendo: "..si,
anche se qualcosa non mi torna, c'è dentro un qualcosa che non riesco
a definire, mi sembra quasi..aspetta che ora mi viene.."
"A me sembrano petali di violetta, magari è perchè lo abbiamo aperto
da poco e non ha ancora dato tutto quello che deve dare..."
"Si è vero ora li sento anch'io, ma sono petali di violetta assieme a
frutta di bosco..mi sembrano dei..
"..mirtilli!"
"Si, bravo! Mirtilli, si mirtilli grossi e sugosi..ehi..guarda un po'
chi c'è la!"
L'amico si gira verso l'ingresso del locale, nella zona dove gli
avventori restano in piedi al banco.
"Franco?!"
Si avvicina un tipo che gli batte la mano sulla spalla, mentre cerca
di alzarsi per giungere a una stretta di mano.
"Seduto, seduto..come va?!"
"Bene, Andrea e io stiamo assaggiando questo Barbera, che ci fai qui?"
"Sono di passaggio sono venuto a salutare Anna poi me ne vado..."
"Sicuro che non ti vuoi sedere?"
"No, grazie sono davvero di fretta, un'altra volta ben volentieri"
"Ok, salutaci Anna allora!"
"Si, lo farò..ci vediamo.."
"Ciao.."
"Ciao Franco, a presto"
Il tipo dice "A presto" e si allontana per salutare altre persone.
I due amici al tavolo sono rimasti con un sorriso incollato, poi uno
dei due lancia uno sguardo verso i clienti e poi sussurra "Speriamo
bene per lui..".
"Si speriamo bene..con sti chiari di luna è sempre più difficile.."
dice mentre butta giù un sorso dal bicchiere e contrae le guance per
assaporare il più possibile il vino appena deglutito.
"Sai cosa mi ricorda?" aggiunge repentino.
"Chi? Franco?"
"Ma no, questo Barbera.." sul suo volto compare un mezzo sorriso.
"Eh? Cosa ti ricorda?"
"Non so, non ne sono sicurissimo, ma ti ricordi quelle caramelle di
gomma lunga.."
"No, aspetta..intendi quelle che avevano al circoletto?"
"Si, quelle bicolori rosse e gialle..anzi non le vedevano al
circoletto.."
"..ce l'aveva Mimmo!
"Si, ce l'aveva Mimmo, hai ragione!"
"Le metteva sempre sul banco perchè aveva paura che gliele rubassero.."
"Eh si, proprio quelle, allora ti ricordi il gusto? Per me sto vino sa
un po' di quelle caramelle"
L'amico annusa forte dentro al bicchiere, poi beve un bel sorso.
"Si, ma non quelle rosso e nere.." l'espressione dell'amico resta
agganciata a un pensiero in particolare: il sentiero nella sua testa
verso il ricordo.
"Hai ragione, erano quelle verdi e..."
"..e azzurre!" dicono all'unisono iniziando a sorridere.
Finiscono il vino nei due bicchieri poi uno dei due resta incantato a
fissare il bicchiere.
"certo che è strano..troppo strano." dice, come emergendo da un pozzo.
"Scusa?" l'amico lo fissa per un attimo.
"No, pensavo a quel tipo di prima.."
"eh allora?"
"Niente,non ti sembra che abbia..."
"Che abbia?"
"Eh che non sia strana tutta sta storia.."
"No, perchè? Non ti capisco.."
"Va be' fa lo stesso.." e dopo averlo detto si alza per andare a
pisciare.
(aM 12.2008)
sabato, giugno 07, 2008
Racconti solubili #11
La vecchia signora del piano di sotto mi guarda con un'espressione di
chi ha davanti a sé Giuda Iscariota.
Quando ho aperto la porta me la sono trovata davanti così, in
vestaglia e sguardo truce. Dovevo capirlo dall'intensità degli squilli
del campanello e l'ora non proprio convenzionale che tirava aria di
guai. Ho pure commesso l'errore di arrivare nudo davanti al carnefice:
indosso un pigiama di molte notti e le ciabatte da doccia con la gomma
ormai alla frutta.
Più indifeso e alla sprovvista di così non poteva beccarmi la vecchia.
Le ho risposto con calma senza parlare, mostrandole i miei piedi come
per dirle "Mi scusi, le sembrano zoccoli, questi?"
Mi ha guardato vuota. Finita la sua invettiva si è bloccata di colpo.
Le vecchie così, come questa che mi abita sotto, non mi piacciono.
Tutte rinsecchite nella loro cartapecora che un tempo era forse
epidermide.
Cosa penseranno mai della loro vita in questa condizione?
Una condanna?
Magari hanno pure loro dei sogni che vorrebbero ancora realizzare che
le tengono tenacemente agganciate al respiro che le fa sopravvivere.
Finchè qualcosa non le stacca definitivamente la spina.
E' ancora fissa con lo sguardo su di me, ma adesso sembra aver paura.
Meglio così, almeno non aprirà più la sua bocca sgangherata. Non
riuscirei a rivederla ancora. Mentre parlava ho notato un colorito
giallo e ho iniziato a pensare a cosa deve aver lì dentro. Poi ho
sentito un brivido e ho provato a impormi di non pensarci. Ma io non
penso di pensare, cioè posso pensare che sto pensando, ma non sono io
quello che pensa di pensare. E' un casino, lo so, ma è così.
E allora ho rivisto la stanza dove morì zia Paolina, la sorella di mia
nonna. L'odore di quella stanza mi è rimasto addosso. La foto di Padre
Pio sul comodino, le ciabatte infeltrite, le caviglie gonfie, la
peluria sul labbro e quel bicchiere con l'acqua per la dentiera.
Mi sono dovuto concentrare sul rosso del suo maglioncino per
distrarmi. Ha funzionato, sono uscito da questo mantra sgradevole e mi
son messo a pensare alle cose che devo ancora fare e che mi piace
fare. Quanto vorrei fare sempre una cosa che mi piace fare e non dover
sopportare situazioni del genere.
Continua a fissarmi: c'è un elemento nel suo sguardo che mi costringe
a riflettere.
Vorrei tanto ammazzarla questa vecchia maleodorante! Ma la vita ha le
sue regole e i suoi tempi: non credo respirerai ancora a lungo vista
l'età. E poi ho un sacco di cose ancora da fare, i miei impegni hanno
la precedenza, metto su una faccia contrita e chiedo scusa lo stesso.
Ma che fa? Sembra sul punto di urlare...
Vuoi vedere che si è accorta di tutto?
Nella fretta di rispondere devo essermi dimenticato qualcosa.
Eh sì, povera donna ha ragione: ho ancora tutto il pigiama sporco di
sangue.
Se n'è proprio accorta, adesso dovrò ammazzarla per davvero.
Questo è un bel problema: ho ancora il bagno pieno di quel travestito
che ho portato a casa. Cioè di quel che ne rimane.
Glielo avevo detto con quei tacchi avrebbe fatto rumore, per fortuna
che adopero un machete e non una motosega, con tutte le vecchie che
c'erano in questo edificio...
(aM 11.2008)
lunedì, maggio 26, 2008
Racconti solubili #10
detto: "perché no?"
Non ho mai venduto nulla, perché non ne sono proprio capace. Se vendo
una cosa è perché non m'interessa più e di questo se ne accorgono
subito e se ne approfittano quasi sempre.
Mi manca quella volontà di sostenere lo sguardo dell'altro e di
chiedere quel che mi è dovuto.
Ma non venderò mia moglie, dovrei prima averne una, almeno. Pensavo
invece a questo mazzo di carte da "Scala 40".
E poi quello della moglie era una provocazione, mica la vendeva
davvero, era solo un modo per vendicarsi di un tradimento.
Io le mie belle carte le vendo davvero.
Premetto, sono molto usate, le ho portate con me ovunque ci fosse del
tempo da ingannare in compagnia. Bei momenti: plaid sui prati e avanzi
di panini con la frittata.
Bastava qualche sasso o qualche borsa per tenere giù tutto, al riparo
dal vento e potersi sedere a giocare. Le gambe formicolavano dopo un
po' e ci alzavamo per fumare una sigaretta, guardando il paesaggio
intorno: il mare sulla spiaggia, il mare che avvolge gli scogli, la
pineta e la radura sui monti, il prato nel parco giochi in città. Se
poi era d'estate, sull'asciugamano si stava attenti a non farci salire
troppa sabbia che poi quando provavi a mescolarle sentivi i granelli
stridere tra carta e carta e questo, lo ammetto, mi dava troppo
fastidio.
Come il gesso sulla lavagna.
Oppure se era in una primavera troppo mite e dal vento fresco, allora
dovevi incassare la testa tra le spalle per scaldare il collo con il
pile della felpa. E poi ti veniva l'aspro sulle labbra e un principio
di naso che goccia, ma eravamo tutti belli pronti a raccogliere ogni
raggio di sole che cascasse fuori dalle nuvole a forza di colpi di
vento.
E' così che il 4 di fiori ci è finito in una pozzanghera e si è
irrimediabilmente rovinato.
Un bel colpo di vento.
Ma questo non è un problema se dividete le carte e giocate a briscola
con le 40 carte dal dorso blu. Potete anche giocare con tutte le carte
a Scala 40 o a Ramino, ma dovete promettervi di non ricordarvi che la
carta con il dorso rosso sbiadito è il 4 di fiori. Il mio consiglio è
quello di non dirlo: solo i più attenti ci faranno caso.
E sono comunque i più attenti quelli che vincono più spesso, quindi
questa cosa non falserà più di tanto l'esito della partita.
Io non sono uno di questi qui. Per me il gioco è divertimento e
casualità, a che serve impegnarsi se poi non pesco un Jolly e perdo lo
stesso.
Quindi è inutile sforzarsi nei giochi di carte, basta far passare il
tempo in compagnia.
Così ho smesso di mettermi a ricordare le carte uscite e mi faccio
guidare dall'istinto: non distruggo una scala perchè quel 9 di denari
che mi manca è già uscito almeno una volta in scarto. Se devo
distruggere la scala è solo perchè mi piace veder crescere un bel tris
di 9. E poi non mi accorgo mai se il 9 di denari è già uscito, mi
viene più facile ricordare il 5 di picche.
Non lo so perché ma è così. Posso dimenticarmi che giorno è e cosa mi
stavi raccontando 10 minuti fa, ma se è già uscito il 5 di picche
quello me lo ricordo sempre. Ma solo il primo però, se escono tutti e
due non me lo ricordo: penso sempre che sia uscito solo un 5 di
picche, non due.
Comunque non giocherò mai più a carte.
Da quando mi hai lasciato non ho più voglia di stare in compagnia, non
ci riesco proprio, a cosa mi servono dunque queste cose? Rivedo ancora
l'ultima mano. Hai chiuso, scartando quel 5 di picche.
Se volete questo mazzo lo vendo per poco, mi bastano 5 €. Ma dovrete
venirlo a ritirare qui a casa mia.
Non ho voglia di uscire e vedere gente, non riesco a sostenere lo
sguardo con nessuno.
Non chiedo tanto, ve l'ho detto non sono un gran venditore.
Non le voglio più toccare.
Fatevi avanti, vi prego.
(aM 10.2008)
domenica, maggio 04, 2008
Racconti solubili #8 (parte 1)
Perchè ho paura?
I miei piedi sono nel nulla, non c’è proprio luce qui. Ora.
Annuso forte l’aria: la pioggia deve aver inzuppato gli alberi del bosco sino alle radici.
In fondo alla gola mi arriva un pizzico, un fastidio che preannuncia un bel maldigola. Non ho voglia di sentire tutto quel male quando butto giù la saliva, al mattino. Preferisco il raffreddore che ti blocca le vie respiratorie, perchè a parte il fastidio di soffiarsi il naso che ti lacrima ogni 10 minuti, sei più intontito che sofferente. Il maldigola, mi mette ansia, sin da piccolo. Come il buio del resto.
E questa strada in salita verso la villa è immersa totalmente nel buio.
Nella tasca cerco l’ultima delle caramelle che ho comprato, ma non la trovo. Devo averla già succhiata mentre trasportavo le valige dentro. Ora alzo il colletto della camicia, troppo leggera, ma in mancanza di altro ci butto dentro il collo lo stesso.
Ma erano anni che non provavo una paura del genere.
Il buio è la materia originaria. La fantasia plasma tutto questo nero in forme diverse. Prima mi è sembrato di scorgere una figura umana poco dietro di me. Ero sicuro che non ci fosse nessuno, ma ho provato comunque dell’ansia, come quando l’aereo decolla e mi dico che è il mezzo più sicuro che ci sia per viaggiare. Per un attimo mi vedo la pagina del giornale che parla della tragedia aerea. Del mio aereo. E mentre lo penso scuoto la testa per scacciare il ragionamento e mi tocco le balle per scaramanzia. Poi prego che tutto passi, come adesso che non sono più sicuro in questo ambiente.
Tutto questo buio in una volta sola, mi ha riportato troppo indietro. Da piccolo nella cameretta della casa degli zii, con quegli scuri alle finestre che non lasciavano passare nulla. Piuttosto mi piasciavo addosso che uscire dalla stanza per andare in bagno. Nella stanza a fianco dormiva lo zio Umberto, con quell suo naso distrutto dal Lupus. Perchè mia madre mi lasciava dormire lì? Non mi piaceva nulla di quel posto eppure ogni occasione era buona per passare del tempo in quell posto.
Certo lo zio aveva tanti soldi, ma con noi era sempre tirato…
Ma la mia paura iniziò dopo quella sera…
Scuoto la testa, ma il presente è quasi peggio: si alza un vento freddo e l’immaginazione deve fare I conti con le nuove figure disegnate da questo mondo sferzato dagli elementi.
Racconti solubili #8 (parte 2)
Non ho sempre avuto paura di avanzare in quel corridoio lungo. La piccola madonnina votiva, con il suo lumicino, era la mia stella polare nel buio: ancora un passo e c’era il bagno.
Niente stelle stasera, avanzo con la mia ansia crescente. La luna è piccola, giusto un bagliore che anima le ombre di questo bosco.
Mi sembrano due gambe nel vuoto, che dondolano, quelle lì..
Quella sera non dovevo essere sveglio in quel corridoio, di fronte alla camera dello zio.
Qualcosa scricchiola qui dietro, mi volto di scatto.
Nulla, ma il cuore è già andato via.
Quella sera non dovevo essere sveglio in quell corridoio. La porta della camera dello zio scricchiolando si aprì per una corrente d’aria. Anche allora c’era vento fuori.
E fu così che la vidi.
La vedo ancora, adesso, di fronte a me, poco sulla destra. Dura un attimo la sensazione poi la sagoma incappucciata ritorna a essere un’ombra mossa dal vento.
Quella sera era lì, con la sua preda. Strappava fuori l’anima dello zio dalla lingua, che dallo sforzo di resistergli si dibatteva dando calci all’aria con quegli occhi iniettati di sangue, sul punto di uscire anche loro dalle orbite. Forse era entrata dalla finestra aperta, assieme a quella luce lunare che creava quella ombra che si contorceva nel vuoto. Poi un ultimo strattone forte e lo ha lasciato appeso alla trave del soffitto, a sbavare le ultime gocce di saliva della sua vita. Lei è rimasta ancora lì, poi si è girata verso di me. Mi aveva sentito. Mi ha guardato e mi ha fatto segno di tacere.
Non sono più andato in bagno di notte in quella casa.
Non sono più stato bene nel buio da quella sera in cui mio zio è rimasto impiccato.
Adesso il vento si è calmato. Vedo la natura tornare mansueta.
Riconosco la strada, sono vicino alla meta.
La luce del lampione a fianco del grande cancello di una delle tante proprietà che quella morte ci ha lasciato è sempre più vicina.
Mi giro verso il buio passato, un ultimo scherzo delle sagome di vento e ombra alle mie spalle.
Quello che prima sembrava la figura della morte con il suo triste capo coperto, adesso si è tolto il cappuccio e ridiventa quella faccia così troppo familiare.
Ancora un centinaio di metri e potrò entrare dentro.
Ma non sarò mai al riparo, lo so.
Non mi sentirò mai più a casa.
Perchè mio padre era nella stanza dello zio quella notte?
sabato, aprile 19, 2008
Racconti solubili #7
Lo so che può sembrare un racconto inventato, ma ti giuro che è così.
Parlavo con Thomas proprio l'altro giorno. Te lo ricordi Thomas? Be' l'ho cercato perchè mi doveva dare dei programmi per il Mac e mi ha detto tutto ok ci vediamo quando arrivi a Spezia. Pensavo di beccarlo dopo cena, se Michela non si metteva a rompere troppo. Si con la storia dei bambini, lo sai com'è fatta. Insomma mi son detto, passo da lui carico i file e poi magari ce ne andiamo a bere una birra in Scaletta e a fare due chiacchiere.
Verso le 6 arrivo al casello di Spezia e mi suona il cellulare, ma non riesco a rispondere subito perchè stavo discutendo con Michela e non avevo messo l'auricolare. E' così che ho saputo che c'era stata la tromba d'aria lì da voi. Si, insomma la forte tempesta di vento.. perchè tromba d'aria è un po' esagerato Ma comunque, quando arrivo sotto casa dei miei, vedo che la chiamata è di Thomas e allora lo richiamo. Quando mi risponde gli faccio come va e lui allora mi dice che è in lutto e che per un mese non esce e non fa più vita sociale perché è in lutto. Mi fa - le cose brutte che ti capitano sono un segnale che hai fatto del male e che in qualche modo devi espiare. Sono stato ad ascoltare in silenzio, mentre cercavo di capire chi gli fosse morto. Sai non è sposato e allora ho pensato prima alla madre, che vive con la nonna. Poi al padre che vive da solo. Ma il tono non era così giù e allora non ci ho capito nulla. Me ne sono rimasto a sentirlo parlare. Pensavo prima o poi mi dice che gli è successo e chi gli è morto, magari era uno dei suoi scherzi. Allora ha iniziato a raccontarmi tutto. Poveraccio non scherzava, ma la cosa era davvero bizzarra.
Mi fa - l'altro giorno mi sono preso l'influenza e allora me ne son rimasto in casa. Verso 12 mi sono alzato e con il piede ho pestato una cosa stranissima. L'ho rotta. Era viscida di color marrone con striature rossastre. Puzzava pure un po'. Mentre ne guardavo i resti uscire dalla pianta appoggiata del mio piede destro mi sono pure accorto di essermi ferito il piede con i resti di questa cosa che avevo rotto. Zoppicando sono arrivato in bagno e ho preso della carta igienica e ho iniziato a pulirmi. Mi sono pure levato quei pezzettini taglienti che mi avevano ferito. Avevo pestato un uovo e mi ero ferito con il guscio.
Un uovo? E chi ce lo aveva messo lì?, gli dico.
Mi sono incuriosito ancora di più, lo sai che sono curioso e che queste storie strane mi piacciono e lui allora mi dice che dopo un po' di pensieri gli viene in mente Raymond. Forse è una cosa sua, ho pensato, mi fa. Io sapevo che aveva in casa un'iguana, ma non mi ricordavo che si chiamasse così. A essere sincero tu lo sai quanto mi facciano schifo quegli animali. Allora gli dico, ma non era un maschio Raymond? E lui mi fa - lo pensavo anch'io ma sai quando l'ho preso nemmeno il veterinario poteva capirlo con certezza. Insomma per farla breve mi racconta che l'iguana gli è morta perchè si era messa a fare le uova senza motivo e forse non è riuscita a espellerle tutte così si è intasata ed è morta.
Te l'ho detto è una storia vera. No l'iguana non l'ha chiamato Raymond in onore di Carver, almeno io non gliel'ho mai chiesto. Si lui legge anche quelle cose, ma non penso sia per quello. E poi lui aveva messo un pavone in un racconto, non un iguana.
Questo non è un racconto.
(aM 7.2008)
martedì, aprile 01, 2008
Racconti solubili #6 (parte 0)
Sono eccitatissimo e mi sento anche un po’ pirla per questo.
Chiedo scusa al tipo a destra perché nella fretta di agguantare il treno devo averlo spinto un po’.
Mi ha guardato male, ma tutto passa. E’ venerdì sera e per giunta molto più speciale di un normale venerdì sera. Che già è speciale di per sé. Ho preso il treno prima e così potrò prepararmi con calma. Prenderò la borsa, che mi ha preparato la Silvia, un bacio ai bambini già a tavola, e poi di filato al campo in sintetico del Circolo “Amici del Bosco”. La finale del torneo di calcio a 5 Memorial “P. Rossi”. Niente di meglio di una sgambata per scaricare la tensione di una settimana di lavoro. Che se ne vadano tutti a cagare…loro e quella presentazione per lunedì. Mi sono portato dietro il computer, domani o domenica una botta e la metto giù. Spero solo di non ridurmi a finirla domenica notte, dopo il posticipo. C’è il derby e me lo vado a vedere al bar. Speriamo di non perderlo. Non ce la farei a lavorare con la sconfitta in testa. No, domani lo finisco. Stavolta non faccio la stessa fine dell’altra volta. Mi siedo pure dal finestrino, che culo!
Devo sembrare stralunato questo vecchio mi fissa con attenzione. Mai visto, eppure li riconosco quasi tutti i passeggeri qui. Stesso tragitto dal lunedì al venerdì negli ultimi 15 anni, salvo ferie e feste comandate…e le malattie. Poche. Mi tocco mentre lo penso, con attenzione visto che davanti a me, a fianco del vecchio c’è una bella ragazza. Sui 25, capelli neri lisci. Sorrido e lei ricambia.
Che sia la mia giornata fortunata? Penso al match di stasera e al week-end davanti, poi tiro fuori dalla borsa il Corriere e vado subito alle pagine dello Sport che mi sono tenuto da leggere da stamattina, all’andata. Queste cose riesco a leggerle senza perdere il filo. Con i libri non ci sono mai riuscito eppure c’ho provato. L’ultimo tentativo l’ho fatto con un libro che mi ha fatto comprare un mio collega. Un tipo strano, un artistoide che in banca gli fanno fare sempre i progetti speciali. Non è proprio tagliato per la banca. Ho letto le prime 50 pagine e poi l’ho lasciato a casa, nel portariviste che ho in bagno tra la tazza e il bidè. Magari lo finisco prima o poi. Strade blu, già dal titolo dovevo capire che era una minchiata.
(continua)
Racconti solubili #6 (parte 1)
Arrivare a pagine 50 è stata una vera pena. Non riuscivo a concentrarmi. Invece quando leggo il giornale il tempo passa, passa veloce. Fuori è già buio, non si vede nulla. Solo neon di qualche capannone, lampioni di strade, fari della coda di auto sparate fuori dalla città. Il grande centro commerciale. Mi rituffo sull’articolo che parla della serie B e mi c’inoltro senza difficoltà. Quando sposto la gamba urto quella del vecchio. Alzo lo sguardo e chiedo scusa con la mano e con l’espressione del viso. Mai visto, eppure li riconosco tutti i passeggeri qui. Non c’ho mai scambiato delle parole, ma i visi, i vestiti e le loro espressioni li conosco bene. Passo più tempo con loro, ormai, che con mia moglie e i miei figli.
Il vecchio mi sorride poi si alza il pantalone della gamba che gli ho scontrato sino al ginocchio, lasciandomi vedere una protesi di legno. Sembra un birillo d bowling rovesciato con la punta tonda all’altezza della caviglia (dovrei dire al posto della caviglia). Dev’essere lo snodo che permette alla parte nella scarpa di simulare il movimento del piede. Mi guarda e mi dice “non ho sentito niente, non si preoccupi” poi sorride dando due colpi con le nocche sulla protesi. Toc toc. Abbozzo un mezzo sorriso e cerco subito di cambiare discorso con lo sguardo, mi giro verso la ragazza carina seduta al suo fianco. Sorride anche lei. Le ricambio il sorriso aggiungendo nell’espressione del mio volto un ammiccamento come per dire “tipetto strano questo vecchietto”. Non so dire come ci riesca a farlo, penso solo a stirare la bocca all’indietro, spalancando lievemente gli occhi. Si una cosa così. Mi dimentico anche che il vecchio può avermi visto, ma la ragazza mi affascina e poi ricambia il mio sguardo. M’invento una faccia piacente e la indosso.
(continua)
Racconti solubili #6 (parte 2)
Ma come Canegrate…? Ma dove mi trovo adesso, su che treno sono salito. Un rush d’ansia mi fa sudare freddo in un attimo. Chiedo al vecchio, mentre la ragazza mi fissa quasi interdetta: “ma dove va questo treno?”. Lui sorride rispondendomi “Busto Arsizio!”. La risposta peggiore per me, che pensavo di essere sul treno per il pezzo di Hinterland che sta da tutt’altra parte. In un secondo devo prendere una decisione. Lo faccio e mi alzo di scatto, come quel mio amico affascinato dal film con il regista che ha il nome del giocatore di calcio. Mi metto il cappotto, lascio il giornale chiuso male e in fretta sulla cappelliera e prendo la mia borsa. Arrivo veloce sul ballatoio dove si aprono le porte per scendere. Devo pure aver pestato un piede alla ragazza. Non ho avuto il coraggio di guardarla per chiederle scusa. A dire il vero non me ne frega più niente del suo sorriso. Sono sul binario 2 della stazione di un paesino di nome Canegrate, davanti al cartellone sbiadito con gli orari dei treni.
Le luci dei neon sembrano buttare fuori una malinconia da emigrante. Mi sento a milioni di anni luce da casa. Non c’è nessuno qui a parte me: è una di quelle stazioni senza biglietteria e sala d’aspetto. Devo tornare indietro a Milano Porta Garibaldi è ora scopro che il primo treno è alle 19 e 45.
Cinque minuti dopo l’inizio della finale del mio torneo di calcio a cinque.