sabato, maggio 24, 2008

Nel mondo che troverete...

..vorrei tanto non ci fossero storie come quella di Federico Aldrovandi.
Avevo già sentito la sua terribile storia: Federico appena 18enne è stato ucciso la notte del 25 settembre 2005 da 4 poliziotti. Lo hanno scambiato per un tossico e probabilmente, il dubbio è l'unica cosa che ci rende diversi (in meglio) dagli animali, hanno infierito perché erano certi di essere in missione per conto di Dio.
Così lo hanno pestato a morte: anche uccidere senza una necessità evidente è una cosa che ci differenzia (in peggio) dagli animali.
Ecco la cosa importante: il prossimo 3 giugno ci sarà un'udienza del processo.
L'ho appreso leggendo il blog dedicato a lui (ecco qui il link, ma lo lascerò per sempre nella mia barra dei link nella spalla a destra) che viene costantemente alimentato dai suoi genitori con l'amore e la tenacia di chi non vuole farlo morire un'altra volta (i mass media sono timidi a riguardo e una cosa che non va in tv è come se non fosse mai accaduta)
Non credo in una fine felice (potrebbe esserci comunque?) e temo che nessuno sarà alla fine incolpato: il mondo è pieno di esempi di come lo Stato non punisca quasi mai i propri servitori quando sbagliano (Rodney King , Sean Bell negli States solo per fare degli esempi eclatanti) anche quando ci sono prove evidenti a sostegno (nel caso di King nemmeno un video che ha ripreso tutto l'accaduto è poi servito).
Questo post è quasi sicuramente inutile (come tutti gli altri che ho fatto del resto), ma almeno ha il pregio di farmi sentire, per una volta, a fianco di tutte quelle persone che avrei voluto come compagni di viaggio dei miei figli, nel loro prossimo mondo.
Uno di questi mi sarebbe tanto piaciuto potesse essere stato Federico.

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Now playing: Joy Division - Love Will Tear Us Apart
via FoxyTunes

martedì, maggio 20, 2008

Racconti solubili #9

Non sono mai stato a Rovigo.

E poi ho sempre pensato che Rovigo non esistesse proprio, che fosse
come quelle città che montano per i set cinematografici e poi le
smontano quando non servono più o le lasciano a prendere polvere e a
rovinarsi sotto il sole, la pioggia e il vento per qualche turista
avventuroso o qualche passante casuale,

E a essere sincero non ne ho mai sentito parlare tanto, salvo alle
elementari quando dovevo fare l'elenco delle province del Veneto.
Ricordo ancora la faccia della maestra che si riempiva di ammirazione
quando iniziavo proprio da Rovigo il mio lungo elenco che si
concludeva con Venezia (mi piaceva lasciare sempre la più facile per
ultima).

Ma non sono mai stato a Rovigo, sino ad oggi.

Mi ci ero sempre un po' avvicinato: la gita delle superiori a Ferrara
e le mie visite per lavoro a Padova. Ma Rovigo non è una città dove ci
arrivi per caso o di passaggio: se ci vai è perché ci vuoi proprio
andare.

E ogni volta, da quando ne avevo visto più volte la posizione nella
cartina dedicata al Nord Est, chiedevo a chiunque: ma tu la conosci
Rovigo?

A questa domanda nessuno mi ha mai risposto con decisione. Da tutti i
colleghi di Padova, Venezia o gli amici di Ferrara non ho mai raccolto
che pochi "perché, t'interessa?", "ma si, non ricordo", "guarda che
non c'è niente".

Scrutavo la cartina e mi chiedevo perché avessero costruito Rovigo
proprio lì, nel niente.

Poi mi chiedevo che cosa pensasse di Rovigo uno di Rovigo. Noi
possiamo anche non andarci, perché per andarci dobbiamo volerci
andare, ma se ci sei nato lì come la prendi sta cosa?

Ti verrà mai la malinconia di Rovigo?

Comunque ancora una decina di kilometri è poi sarò a Rovigo.

Quando la settimana scorsa mi hanno detto che c'era la possibilità di
fare una presentazione a dei commercianti della zona di Rovigo, ho
sentito una fitta alla testa e mi è aumentata la salivazione. Ho detto
sì come se fosse un'altra persona a farlo.

Adesso sono sulla Transpolesana, la strada statale che collega Verona
a Rovigo.

Sono a 5 km d Rovigo.

Il paesaggio mi ha già preparato a quello che immagino troverò:
un'alternanza di niente, cose invisibili e ogni tanto dei pezzi di
nulla qua e là tra i pioppeti.

Ci sarà il wi-fi in albergo?

Troverò coda al semaforo del centro?

Secondo me a Rovigo il centro non esiste. Ho cercato su wikipedia
qualche riferimento storico o culturale ma la connessione mi è si è
interrotta e non ci ho riprovato più. Poi devo essermi dimenticato di
riprovarci. Ma Rovigo dev'essere nientaltro che un agglomerato senza
centro. Due belle tangenziali parallele e nel mezzo il nulla.

Non credo ci sia nemmeno una chiesa, anzi no c'è quella degli
"irredentisti di Elvis Presley è vivo e abita a Rovigo": una chiesa
che non conoscevo ma che ho trovato tra i beneficiari del 5 per mille,
quindi esiste.

Nel niente però, visto che ha sede a Rovigo.

Manca un kilometro a Rovigo ho visto un cartello che mostra destra
Ferrara, sinistra Padova e dritto Rovigo. C'è pure il cartello con
scritto comune denuclearizzato e città della pace. Poco oltre hanno
messo pure un cartello pubblicitario della "Chiesa degli
irredentisti di Elvis Presley è vivo e abita a Rovigo".

Sto per associare delle immagini 3D al pallino e alle righe della
cartina geografica.

Hic sunt leones per me, ma ancora per poco.

Vorrei piangere. Mi torna in mente la storia di Alessandro Magno
quando giunse in Pakistan e seduto sulla spiaggia, mentre guardava il
mare Indiano, si sentì terribilmente vuoto perché non aveva più nulla
da scoprire del mondo.

Aveva perso la curiosità: gli avevano detto che Babbo Natale non
esiste, o una cosa quasi così.

M tiro un po' su, io sono più fortunato d lui: visti gli impegni già
presi,non potrò arrivare sino a Porto Tolle. Non è una storia come con
Rovigo, ma confesso che il nome mi ha sempre incuriosito. Me lo
ripetevo a voce alta perché trovavo buffo il suono che ne usciva:
porto tolle porto tolle porto tolle porto tolle porto tolle porto tolle

Se lo ripetevo aumentando la velocità mi dava la sensazione di un
motore a gasolio di un vecchio trattore che parte.

Forse non avrò mai più un'occasione di andare a Porto Tolle. Dovrei
pover ritornare a Rovigo e avere del tempo a disposizione (ci vuole
una buona 45ina di minuti d'auto da qui).

E non credo capiterà. Peccato, ma mi consolo con l'entrata in Rovigo,
voglio farlo a occhi aperti e in piena coscienza, quello là in fondo
dev'essere il centro…che luci, che strani avviluppi d'aria..mi fischia
un orecchio..una luce strana.

…manca un kilometro a Rovigo ho visto un cartello che mostra destra
Ferrara, sinistra Padova e dritto Rovigo. C'è pure il cartello con
scritto comune denuclearizzato e città della pace. Poco oltre hanno
messo pure un cartello pubblicitario della "irredentisti di Elvis
Presley è vivo e abita a Rovigo".

Sto per associare delle immagini 3D al pallino e alle righe della
cartina geografica.

Hic sunt leones per me, ma ancora per poco.

Vorrei piangere. Mi torna in mente la storia di Alessandro Magno
quando giunse in Pakistan e seduto sulla spiaggia mentre guardava il
mare Indiano si sentì terribilmente vuoto perché non aveva più nulla
da scoprire nel mondo.

…..

......

......

(aM 9.2008)

giovedì, maggio 15, 2008

I aM Kloot: un gruppo strano

Segnalo la recensione/monografia degli I Am Kloot apparsa su blackmilkmag.com.
Lo faccio perchè anch'io li ho ascoltati e devo dire che non mi sono dispiaciuti.
La recensione non la giudico, è di un amico quindi sospendo ogni ulteriore critica: non sono uno di quelli che dice "guarda io se devo dire una cosa lo faccio..a me piace essere diretto e trasparente".
Quelli così, di solito, prima o poi te lo mettono sempre in quel posto...

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Now playing: I Am Kloot - The Same Deep Water As Me
via FoxyTunes

lunedì, maggio 12, 2008

Rodrigo Buchago: un caso letterario molto curioso (Seconda parte)

Intervista a Rodrigo Buchago ("Marcia" numero 12, novembre 2007), traduzione di Mario Selaschetti
 
Seconda parte (Continua dal post precedente).

Visto il personaggio che ha scelto, l'Italia le piace?

RB: be' non saprei, non ci sono mai stato, ma mi dicono che sia un paese con una classe politica che è lo specchio esatto della sua gente: rumorosa, litigiosa, egoista e sempre pronta a fregare. Poi conosco un po' il  loro calcio, il Milan..gli arbitri venduti (ride Ndr), la spazzatura a Napoli, la città di Maradona.

Già il calcio, una delle sue grandi passioni, ma nelle sue poesie non c'è n'è traccia…

R.B.: Non è una cosa volontaria e non è detto che non lo farò mai. Ma vede (indica la parete dove campeggia una maglia a righe giallonera del Penarol con il numero 10 NdR) il calcio è una cosa seria, non è roba da infilare nelle poesie…chi ci ha provato ha sempre fatto una figuraccia.

Parla del poeta italiano Saba e la sua poesia "Goal"

R.B.: Saba? Non lo conosco, devo essere sincero…no, mi riferivo ad altri molto più vicini a noi (probabilmente si riferisce a Gonzalo Ricci e la sua "Rete infinita" Ndr).

Torniamo alla figura di "Alessio Marchetti", non c'è pericolo che somigli alle figure dei piccoli burcrati create da Mario Benedetti nel suo "Poemi dell'ufficio"?

R.B:: No, assolutamente no (Rodrigo Buchago sembra corrucciarsi NdR) le poesie di Mario, bellissime, cercano di mostrare la nuova modernità, concentrandosi sulle nuove regole di relazione imposte dalla burocrazia. Il mio personaggio non è cosciente di nulla, di niente. Cerca di capire se c'è qualcosa degno di essere raccontato in tutto quello che vede o gli capita. Relegandolo in un ambiente moderno ho solo voluto soffiargli un anelito di Realismo in più. E' un uomo tipicamente moderno che vive una situazione moderna, ma la sua ricerca della Verità e della Realtà è una cosa senza tempo.

E l'ha trovata questa verità? 

R.B. sinceramente non lo so, è un po' che non ci sentiamo (Rodrigo Buchago resta molto serio in questo passo, NdR). Ma c'è una cosa che vorrei precisare, a Marchetti non interessa conoscere tanto il perchè si vive, la Verità, quanto piuttosto lo scoprire cosa si deve fare per vivere senza noia. Lui pensa che la noia sia una specie di cartina di tornasole del fatto che quello che fa non ha alcun senso e non lo porterà alla salvezza eterna. Quella con la "s" maiuscola per intenderci. Cerca una ragione per vivere, che allo stesso tempo gli faccia passare il tempo. Ma questo non è un problema mio dopotutto (Buchago si porta il bicchiere di Cherry alla bocca e tira un bel sorso, NdR).

Una visione teleologica del suo mondo?

R.B: No, la televisione non c'entra nulla (ride, NdR), e nemmeno l'esistenza certa di uno scopo per questa nostra vita. Lascio agli amanti della filosofia cose del genere, Alessio non ha nessuna certezza lo ripeto, certo se questo Scopo ultimo esistesse, lo troverebbe appagante e lenitivo. In questo senso la sua è una ricerca costante, molto umana e senza troppa speranza di successo: non è altro che una lieve deviazione dal più classico edonismo che ci unisce tutti, in qualità di Uomini.

Marchetti ha in qualche modo dei modelli a cui s'ispira?

R.B. Si, perchè li cerca disperatamente o forse perchè cerca di sfuggirne, una volta trovato uno. Come detto prima, pensa che lo scrivere sia una di quelle cose giuste, in grado di salvarlo dalla noia e dalla morte, ma non ne è convinto completamente, perché ogni tanto si annoia pure a far questo, così cerca nelle opere degli altri, con curioso accanimento, per vedere se questa cosa l'hanno pensata e scritta anche altri. Legge Whitman, Pound, Montale, Carver, Buchago (ride, NdR) e Julio Repente, certo. Ma poi li dimentica tutti.

Cambio discorso. Molte poesie parlano di pendolarismo, o sono ambientate sui mezzi pubblici pieni di gente che va al lavoro. Ci perdoni, ma lei che ne sa?

R.B. Molto poco, è vero, ma anche se non ho mai lavorato e vivo in un paese senza traffico, ho molta immaginazione. Del resto non occorre essere stato un cavallo per essere un ottimo fantino…(ride Ndr). A essere onesto è la mia unica qualità. O meglio ne avrò anche altre ma sono  probabilmente troppo utili per farci dell'arte. Non ho nemmeno figli, almeno riconosciuti (ride Ndr), eppure il mio personaggio sente la necessità di fare poesia per descrivere un momento carico di significato come la nascità di un figlio. Insomma mi ci volevo sentire in una situazione del genere, senza il dover pagar loro le rate dell'Università (Rodrigo Buchago chiama I suoi due pastori tedeschi "Morgan e Julian" che accorrono scodinzolando, Ndr) e soprattutto molto meno ubbidienti di loro…

Ha scritto una poesia "Soluzione" in cui il suo alter ego, sostiene, a suo modo come un paradosso, che la persona inventata, quella letteraria, sia lui e che lei, sia il suo effettivo creatore. Solo un gioco di logica?

R.B. No, semmai un omaggio a chi ha dato un'interpretazione, molto prima e molto meglio di me, su cosa sia questa nostra vita e come in essa, le opere letterarie, vi trovino posto. Mi riferisco ovviamente a Borges, a una delle poche  cose che sono riuscito a comprendere appieno, tra quelle che ha scritto, e cioè che anche i personaggi che creiamo sono reali, o meglio, acquistano una loro complessità reale. E questo vale per le creazioni in letteratura ma anche per quelle sui nuovi media siano essi TV, cinema o internet. Siamo tutti, noi e i nostri personaggi, creature di sogno. Resta da capire se dello stesso autore…

Qual è il suo film preferito?

R.B. Devo ammettere che non riesco più a concentrarmi molto per oltre un'ora…quindi non riesco più a vedere film. Adesso guardo molto più le serie televisive come Dexter o Criminal Minds. Ma uno ce l'ho anche se un po' vecchio, è "Verso il sole" di Cimino.

E il gruppo musicale?

R.B. Ne ho diversi, ma così su due piedi le dico Neil Young, Arcade Fire, Fiery Furnaces e Joy Division..poi tutto è relativo al periodo in cui lo si chiede. Oggi sono questi.

Passiamo alla letteratura, qualche consiglio sulle letture?

R.B: anche con I libri mi capita la stessa cosa del cinema, così preferisco I racconti ai romanzi e le poesie con un po' di narrazione ai racconti stessi. Direi Cechov – I racconti della maturità, Carver per le poesie. Non sono un amante del simbolismo e della ricerca delle parole complicate, preferisco le cose minimali come I mobili ikea o gli haiku giapponesi (ride per l'assonanza musicale ikea-haiku NdR). Certo Ezra Pound…

Quali desideri ha per il futuro? La pace nel mondo, la fine della miseria, vincere il Nobel (al momento dell'intervista non erano ancora circolate I rumors che lo vedevano candidato per l'America Latina NdR)

R.B. …mi piacerebbe che il Penarol vincesse ancora l'Intercontinentale (pensiamo a una battuta ma Buchago resta molto serio NdR).

 

(Si ringrazia "Marcia" per il materiale riprodotto)
 

Rodrigo Buchago: un caso letterario molto curioso

Pubblico questa intervista a Rodrigo Buchago molto volentieri. In primo luogo perché le sue poesie compaiono in diversi post di questo blog. E poi perché Buchago, visto l'ostracismo e la censura che lo ha colpito da anni (anche ritrovare questo articolo non è stato facile), rappresenta un caso letterario molto curioso, come riporta il Corriere in un articolo di qualche mese fa (Nell'inserto culturale dell'edizione del 8 febbraio 2008).

Intervista a Rodrigo Buchago ("Marcia" numero 12, novembre 2007), traduzione di Mario Selaschetti

Rodrigo Buchago nasce il 9 ottobre del 1970 a Maldonado, città situata a 95 km da Montevideo e famosa per il suo porto, dove ogni giorno arrivano e salpano le navi che tengono vive le sue industrie tessili e alimentari (in particolare l' esportazione verso il nord America della preziosa Aringa salmistrata del mar de la plata), e per il suo museo di Arte Americana (dove sono esposte, tra le altre,  le opere del grande Joaquin Torres Garcia e le installazioni di Ramiro Esteban Barfonzi). Scrive poesie da quando ha 6 anni e ormai dalla pubblicazione della sua prima opera, il fortunatissimo  "Manuale di disegno per pensieri a mano libera" (1988) è considerato tra I più importanti poeti viventi uruguaiani.

..e pensare che il suo eteronimo è un impiegato italiano (Alessio Marchetti N.d.r.), ci racconta com'è nata questa cosa?

RB: Dia un'occhiata in giro, questa è la mia casa. Io e lei siamo seduti nel salone e di fronte a noi, dietro questa grande vetrata c'è l'Oceano. Se solo l'aprissi sentirebbe il profumo di sale arrivarle sino ai calzini. Si sta divinamente qui, non le pare? (Effettivamente la casa di Rodrigo Buchago è una vera oasi di tranquillità, con la sua pineta, appoggiata su una collinetta che degrada dolcemente verso il mare, con tanto di piccola spiaggia privata NdR).

Ma la vita è un'altra cosa. Io qui, al riparo da tutto e da tutti ho così tanto tempo per pensarla…per crearla (mi fissa  intensamente e I suoi due occhi azzurri diventano quasi due punte di spillo, poi ride Ndr). Mi sono detto cosa c'è di più impastoiato nella vita moderna di un impiegato pendolare in una bella città caotica?

Ma Montevideo non poteva essere più adatta di Milano?

RB: Forse. Ma Montevideo così come l'Uruguay non esiste, è un'invenzione di qualche geografo impazzito. La gente conosce l'Argentina e Buenos Aires, il Brasile e Rio de Janeiro, ma l'Uruguay e Montevideo no. Per questo mi son detto: "il tuo amico deve vivere in una città grande e famosa, ma non troppo come Parigi, New York o Londra ad esempio, con il rischio di rendere il personaggio, in confronto a loro, già un non protagonista. Milano è perfetta, con gli italiani per loro natura dei casinisti e un tocco d'internazionalità..la moda, il Da Vinci, la mafia…e poi il Milan, la squadra dove hanno giocato Schiaffino e Ghiggia"

(Continua)

domenica, maggio 04, 2008

Racconti solubili #8 (parte 1)

(A Ian Curtis)

Perchè ho paura?
I miei piedi sono nel nulla, non c’è proprio luce qui. Ora.
Annuso forte l’aria: la pioggia deve aver inzuppato gli alberi del bosco sino alle radici.
In fondo alla gola mi arriva un pizzico, un fastidio che preannuncia un bel maldigola. Non ho voglia di sentire tutto quel male quando butto giù la saliva, al mattino. Preferisco il raffreddore che ti blocca le vie respiratorie, perchè a parte il fastidio di soffiarsi il naso che ti lacrima ogni 10 minuti, sei più intontito che sofferente. Il maldigola, mi mette ansia, sin da piccolo. Come il buio del resto.
E questa strada in salita verso la villa è immersa totalmente nel buio.
Nella tasca cerco l’ultima delle caramelle che ho comprato, ma non la trovo. Devo averla già succhiata mentre trasportavo le valige dentro. Ora alzo il colletto della camicia, troppo leggera, ma in mancanza di altro ci butto dentro il collo lo stesso.
Ma erano anni che non provavo una paura del genere.
Il buio è la materia originaria. La fantasia plasma tutto questo nero in forme diverse. Prima mi è sembrato di scorgere una figura umana poco dietro di me. Ero sicuro che non ci fosse nessuno, ma ho provato comunque dell’ansia, come quando l’aereo decolla e mi dico che è il mezzo più sicuro che ci sia per viaggiare. Per un attimo mi vedo la pagina del giornale che parla della tragedia aerea. Del mio aereo. E mentre lo penso scuoto la testa per scacciare il ragionamento e mi tocco le balle per scaramanzia. Poi prego che tutto passi, come adesso che non sono più sicuro in questo ambiente.
Tutto questo buio in una volta sola, mi ha riportato troppo indietro. Da piccolo nella cameretta della casa degli zii, con quegli scuri alle finestre che non lasciavano passare nulla. Piuttosto mi piasciavo addosso che uscire dalla stanza per andare in bagno. Nella stanza a fianco dormiva lo zio Umberto, con quell suo naso distrutto dal Lupus. Perchè mia madre mi lasciava dormire lì? Non mi piaceva nulla di quel posto eppure ogni occasione era buona per passare del tempo in quell posto.
Certo lo zio aveva tanti soldi, ma con noi era sempre tirato…
Ma la mia paura iniziò dopo quella sera…
Scuoto la testa, ma il presente è quasi peggio: si alza un vento freddo e l’immaginazione deve fare I conti con le nuove figure disegnate da questo mondo sferzato dagli elementi.

Racconti solubili #8 (parte 2)

Qui a sinistra, adesso: una testa, mi sembra una testa che si piega, ma è troppo innaturale e il vento la riporta a essere forse un alberello di felce.
Non ho sempre avuto paura di avanzare in quel corridoio lungo. La piccola madonnina votiva, con il suo lumicino, era la mia stella polare nel buio: ancora un passo e c’era il bagno.
Niente stelle stasera, avanzo con la mia ansia crescente. La luna è piccola, giusto un bagliore che anima le ombre di questo bosco.
Mi sembrano due gambe nel vuoto, che dondolano, quelle lì..
Quella sera non dovevo essere sveglio in quel corridoio, di fronte alla camera dello zio.
Qualcosa scricchiola qui dietro, mi volto di scatto.
Nulla, ma il cuore è già andato via.
Quella sera non dovevo essere sveglio in quell corridoio. La porta della camera dello zio scricchiolando si aprì per una corrente d’aria. Anche allora c’era vento fuori.
E fu così che la vidi.
La vedo ancora, adesso, di fronte a me, poco sulla destra. Dura un attimo la sensazione poi la sagoma incappucciata ritorna a essere un’ombra mossa dal vento.
Quella sera era lì, con la sua preda. Strappava fuori l’anima dello zio dalla lingua, che dallo sforzo di resistergli si dibatteva dando calci all’aria con quegli occhi iniettati di sangue, sul punto di uscire anche loro dalle orbite. Forse era entrata dalla finestra aperta, assieme a quella luce lunare che creava quella ombra che si contorceva nel vuoto. Poi un ultimo strattone forte e lo ha lasciato appeso alla trave del soffitto, a sbavare le ultime gocce di saliva della sua vita. Lei è rimasta ancora lì, poi si è girata verso di me. Mi aveva sentito. Mi ha guardato e mi ha fatto segno di tacere.
Non sono più andato in bagno di notte in quella casa.
Non sono più stato bene nel buio da quella sera in cui mio zio è rimasto impiccato.
Adesso il vento si è calmato. Vedo la natura tornare mansueta.
Riconosco la strada, sono vicino alla meta.
La luce del lampione a fianco del grande cancello di una delle tante proprietà che quella morte ci ha lasciato è sempre più vicina.
Mi giro verso il buio passato, un ultimo scherzo delle sagome di vento e ombra alle mie spalle.
Quello che prima sembrava la figura della morte con il suo triste capo coperto, adesso si è tolto il cappuccio e ridiventa quella faccia così troppo familiare.
Ancora un centinaio di metri e potrò entrare dentro.
Ma non sarò mai al riparo, lo so.
Non mi sentirò mai più a casa.
Perchè mio padre era nella stanza dello zio quella notte?

martedì, aprile 29, 2008

Schizofrenia


Non dare retta a tutte quelle voci che ti danno del folle.
Quelle voci non esistono.
Mi senti?!
(R. Buchago - Afuorismi)

lunedì, aprile 28, 2008

Gente che scrive poco ma spesso

Mannaggia.
Con i racconti polaroid avevo già toppato. Un lettore del blog (una singolarità cosmica) mi aveva avvertito che già Douglas Coupland aveva sperimentato il racconto brevissimo. Allora gli ho cambiato nome (Racconti solubili) e per un po' tutto ok: ne ho fatti 7-8 e li ho postati (cliccando la voce "Racconti Polaroid" qui a destra, vengono elencati tutti). Oggi sulla repubblica.it scopro che Gabriele Romagnoli li scrive e li pubblica da un bel po' sul sito in questione (la rubrica si chiama "Navi in bottiglia") e che ci ha pure fatto un libro vero. Di carta. S'intitola "Solo i treni hanno la strada segnata" (Mondadori, 16 €, credo..). 
Certo il nome è diverso, ma il principio è lo stesso: esaurire tutta la trama in poche righe (per lui sono 30). 
A questo punto mi lascerò annegare nella mia rinnovata banalità...

giovedì, aprile 24, 2008

Perchè scrivo?


Ma perchè diamine Vi butto giù così
Una dietro l’altra
Come tessere di un puzzle
Forse per sentirmi meno inutile
Quando qualcuno mi chiede Chi sei, che ci fai qui?
Piccole parole sparse
Quando vi lascio sul foglio
Siete già più vere di me
E allora lo chiedo a voi.
Che ci fate qui? Chi siete?

(R. Buchago - Dimmi parole sporche - 2008)

sabato, aprile 19, 2008

Racconti solubili #7

(A Thomas).

Lo so che può sembrare un racconto inventato, ma ti giuro che è così.
Parlavo con Thomas proprio l'altro giorno. Te lo ricordi Thomas? Be' l'ho cercato perchè mi doveva dare dei programmi per il Mac e mi ha detto tutto ok ci vediamo quando arrivi a Spezia. Pensavo di beccarlo dopo cena, se Michela non si metteva a rompere troppo. Si con la storia dei bambini, lo sai com'è fatta. Insomma mi son detto, passo da lui carico i file e poi magari ce ne andiamo a bere una birra in Scaletta e a fare due chiacchiere.
Verso le 6 arrivo al casello di Spezia e mi suona il cellulare, ma non riesco a rispondere subito perchè stavo discutendo con Michela e non avevo messo l'auricolare. E' così che ho saputo che c'era stata la tromba d'aria lì da voi. Si, insomma la forte tempesta di vento.. perchè tromba d'aria è un po' esagerato Ma comunque, quando arrivo sotto casa dei miei, vedo che la chiamata è di Thomas e allora lo richiamo. Quando mi risponde gli faccio come va e lui allora mi dice che è in lutto e che per un mese non esce e non fa più vita sociale perché è in lutto. Mi fa - le cose brutte che ti capitano sono un segnale che hai fatto del male e che in qualche modo devi espiare. Sono stato ad ascoltare in silenzio, mentre cercavo di capire chi gli fosse morto. Sai non è sposato e allora ho pensato prima alla madre, che vive con la nonna. Poi al padre che vive da solo. Ma il tono non era così giù e allora non ci ho capito nulla. Me ne sono rimasto a sentirlo parlare. Pensavo prima o poi mi dice che gli è successo e chi gli è morto, magari era uno dei suoi scherzi. Allora ha iniziato a raccontarmi tutto. Poveraccio non scherzava, ma la cosa era davvero bizzarra.
Mi fa - l'altro giorno mi sono preso l'influenza e allora me ne son rimasto in casa. Verso 12 mi sono alzato e con il piede ho pestato una cosa stranissima. L'ho rotta. Era viscida di color marrone con striature rossastre. Puzzava pure un po'. Mentre ne guardavo i resti uscire dalla pianta appoggiata del mio piede destro mi sono pure accorto di essermi ferito il piede con i resti di questa cosa che avevo rotto. Zoppicando sono arrivato in bagno e ho preso della carta igienica e ho iniziato a pulirmi. Mi sono pure levato quei pezzettini taglienti che mi avevano ferito. Avevo pestato un uovo e mi ero ferito con il guscio.
Un uovo? E chi ce lo aveva messo lì?, gli dico.
Mi sono incuriosito ancora di più, lo sai che sono curioso e che queste storie strane mi piacciono e lui allora mi dice che dopo un po' di pensieri gli viene in mente Raymond. Forse è una cosa sua, ho pensato, mi fa. Io sapevo che aveva in casa un'iguana, ma non mi ricordavo che si chiamasse così. A essere sincero tu lo sai quanto mi facciano schifo quegli animali. Allora gli dico, ma non era un maschio Raymond? E lui mi fa - lo pensavo anch'io ma sai quando l'ho preso nemmeno il veterinario poteva capirlo con certezza. Insomma per farla breve mi racconta che l'iguana gli è morta perchè si era messa a fare le uova senza motivo e forse non è riuscita a espellerle tutte così si è intasata ed è morta.
Te l'ho detto è una storia vera. No l'iguana non l'ha chiamato Raymond in onore di Carver, almeno io non gliel'ho mai chiesto. Si lui legge anche quelle cose, ma non penso sia per quello. E poi lui aveva messo un pavone in un racconto, non un iguana.
Questo non è un racconto.

(aM 7.2008)

martedì, aprile 15, 2008

Cortocircuito mentale

Mi è venuta in mente una canzone dei Litfiba, stranezze del flusso di pensiero.
"Eroi nel vento" e subito sono arrivato a ricordare che molte persone nella loro vita fanno qualcosa per far del bene anche agli altri, senza un tornaconto personale. Mi piace pensare a questi EROI, che sono la cosa più lontana da me che ci sia, perchè sono interessanti come i buchi neri, le elezioni in Italia e le altre singolarità dell'universo.
E ancor di più lo sono quelli che alla fine, purtropo, non verranno ricordati a lungo. 
Penso ad esempio a Pippa Bacca. La sua estrema  performance (andare da Milano a Gerusalemme vestita da sposa) nei panni della pace per rappresentare e sostenere questo bel sostantivo (forse il più astratto della storia dell'umanità) si è conclusa come forse doveva: la pace viene stuprata e ammazzata.
Magari ho letto male io la sua vicenda nei vari giornali e su internet, ma guardate voi stessi come la storia, come l'eco di un grido, la renderà sempre meno presente nelle coscienze delle masse.
Cliccate qui ogni settimana se ve lo ricorderete: è un link a google news già impostato sulla voce "Pippa Bacca". Quello che scoprirete sarà che i risultati forniti dal magico motore di ricerca saranno sempre meno. La cosa è spiazzante perchè queste persone sono forse l'unico motivo per cui ha ancora un senso vivere (per poter essere loro testimoni).
Almeno io proverò a non dimenticarle ed è per questo motivo che mi sono fatto questo post come memo. Da qui in avanti se ne scopro altri farò lo stesso.
Credetemi, abbiamo tutti bisogno di portare avanti la loro memoria.

giovedì, aprile 10, 2008

lontano lontano (per lavoro)


Gente sui treni 
molto tardi
la notte
la vita resiste a tutto
(o quasi)

R. Buchago - Dimmi parole sporche 2008

sabato, aprile 05, 2008

venerdì, aprile 04, 2008

Ma io dov'ero?

E poi un giorno ti accorgi che non sei testimone di tutto quello che (ti?) capita intorno. Non che non lo sappia, ma una cosa è saperlo e una cosa è percepirlo con chiarezza.
Così parli con un amico di cose come "la villetta di Cogne", "il video sado di Mosley", la sigla di Goldrake, e ti godi questo patrimonio conoscitivo condiviso. Quando, d'un tratto, ti racconta di un gruppo musicale "fantastico che non puoi non conoscere". E la cosa più strana è quando ti dice che in realtà non si riferisce a un gruppo nuovo, ma a un gruppo che ha già fatto il suo percorso: primi concerti, ascesa, stasi, discesa, scioglimento.
Aggiunge anche che Jeffrey Lee Pierce, che poi era di fatto il fondatore e l'anima dei Gun Club è morto nel '96.
Sono basito e curioso, come quando entro in una libreria e penso a quante storie e idee non riuscirò a conoscere mai.

Ricorda!

incontro con un vecchio amico.
Mi scrivo per non dimenticare :
- Tony Face (not moving)
- jadeice.blogspot
- gun club
- etc
- etc

mercoledì, aprile 02, 2008

Vorrei dare una coerenza a tutto ciò

Prima o poi voglio tentare un palinsesto serio per questo blog qualcosa del genere al lunedì racconti, al martedì recensioni...in questo modo riuscirei a impormi un po' di autodisciplina...spero.

martedì, aprile 01, 2008

Racconti solubili #6 (parte 0)

(a Massimo V.)



Sono eccitatissimo e mi sento anche un po’ pirla per questo.
Chiedo scusa al tipo a destra perché nella fretta di agguantare il treno devo averlo spinto un po’.
Mi ha guardato male, ma tutto passa. E’ venerdì sera e per giunta molto più speciale di un normale venerdì sera. Che già è speciale di per sé. Ho preso il treno prima e così potrò prepararmi con calma. Prenderò la borsa, che mi ha preparato la Silvia, un bacio ai bambini già a tavola, e poi di filato al campo in sintetico del Circolo “Amici del Bosco”. La finale del torneo di calcio a 5 Memorial “P. Rossi”. Niente di meglio di una sgambata per scaricare la tensione di una settimana di lavoro. Che se ne vadano tutti a cagare…loro e quella presentazione per lunedì. Mi sono portato dietro il computer, domani o domenica una botta e la metto giù. Spero solo di non ridurmi a finirla domenica notte, dopo il posticipo. C’è il derby e me lo vado a vedere al bar. Speriamo di non perderlo. Non ce la farei a lavorare con la sconfitta in testa. No, domani lo finisco. Stavolta non faccio la stessa fine dell’altra volta. Mi siedo pure dal finestrino, che culo!
Devo sembrare stralunato questo vecchio mi fissa con attenzione. Mai visto, eppure li riconosco quasi tutti i passeggeri qui. Stesso tragitto dal lunedì al venerdì negli ultimi 15 anni, salvo ferie e feste comandate…e le malattie. Poche. Mi tocco mentre lo penso, con attenzione visto che davanti a me, a fianco del vecchio c’è una bella ragazza. Sui 25, capelli neri lisci. Sorrido e lei ricambia.
Che sia la mia giornata fortunata? Penso al match di stasera e al week-end davanti, poi tiro fuori dalla borsa il Corriere e vado subito alle pagine dello Sport che mi sono tenuto da leggere da stamattina, all’andata. Queste cose riesco a leggerle senza perdere il filo. Con i libri non ci sono mai riuscito eppure c’ho provato. L’ultimo tentativo l’ho fatto con un libro che mi ha fatto comprare un mio collega. Un tipo strano, un artistoide che in banca gli fanno fare sempre i progetti speciali. Non è proprio tagliato per la banca. Ho letto le prime 50 pagine e poi l’ho lasciato a casa, nel portariviste che ho in bagno tra la tazza e il bidè. Magari lo finisco prima o poi. Strade blu, già dal titolo dovevo capire che era una minchiata.

(continua)

Racconti solubili #6 (parte 1)

(continua dal blog successivo...strano eh?!)

Arrivare a pagine 50 è stata una vera pena. Non riuscivo a concentrarmi. Invece quando leggo il giornale il tempo passa, passa veloce. Fuori è già buio, non si vede nulla. Solo neon di qualche capannone, lampioni di strade, fari della coda di auto sparate fuori dalla città. Il grande centro commerciale. Mi rituffo sull’articolo che parla della serie B e mi c’inoltro senza difficoltà. Quando sposto la gamba urto quella del vecchio. Alzo lo sguardo e chiedo scusa con la mano e con l’espressione del viso. Mai visto, eppure li riconosco tutti i passeggeri qui. Non c’ho mai scambiato delle parole, ma i visi, i vestiti e le loro espressioni li conosco bene. Passo più tempo con loro, ormai, che con mia moglie e i miei figli.
Il vecchio mi sorride poi si alza il pantalone della gamba che gli ho scontrato sino al ginocchio, lasciandomi vedere una protesi di legno. Sembra un birillo d bowling rovesciato con la punta tonda all’altezza della caviglia (dovrei dire al posto della caviglia). Dev’essere lo snodo che permette alla parte nella scarpa di simulare il movimento del piede. Mi guarda e mi dice “non ho sentito niente, non si preoccupi” poi sorride dando due colpi con le nocche sulla protesi. Toc toc. Abbozzo un mezzo sorriso e cerco subito di cambiare discorso con lo sguardo, mi giro verso la ragazza carina seduta al suo fianco. Sorride anche lei. Le ricambio il sorriso aggiungendo nell’espressione del mio volto un ammiccamento come per dire “tipetto strano questo vecchietto”. Non so dire come ci riesca a farlo, penso solo a stirare la bocca all’indietro, spalancando lievemente gli occhi. Si una cosa così. Mi dimentico anche che il vecchio può avermi visto, ma la ragazza mi affascina e poi ricambia il mio sguardo. M’invento una faccia piacente e la indosso.

(continua)


Racconti solubili #6 (parte 2)

(continua dal post seguente...strano eh?!) 

 Ogni mio movimento adesso è rappresentazione. Guardo l’orologio con un movimento da samurai, preciso ed elegante. Mi viene in mente quel mio amico che si era così innamorato di un film, e delle movenze del protagonista, da imitarne gli improvvisi scatti per spostarsi da una posizione di quiete all’altra. Era un film vecchio, forse di Antognoni (lo ricordo perché ha lo stesso nome del giocatore di calcio), mi sembra di aver provato a vederlo ma nonostante ci fosse di mezzo un giallo non sono arrivato in fondo. Il titolo era “blou”…”blou” e qualcos’altro. Lei continua a guardarmi e mi sorride. Mi sento contento della sua attenzione. Adesso le dico qualcosa, manca poco e devo scendere. Il treno rallenta, per me, inaspettatamente, vedo il cartello della stazione avvicinarsi: Canegrate?
Ma come Canegrate…? Ma dove mi trovo adesso, su che treno sono salito. Un rush d’ansia mi fa sudare freddo in un attimo. Chiedo al vecchio, mentre la ragazza mi fissa quasi interdetta: “ma dove va questo treno?”. Lui sorride rispondendomi “Busto Arsizio!”. La risposta peggiore per me, che pensavo di essere sul treno per il pezzo di Hinterland che sta da tutt’altra parte. In un secondo devo prendere una decisione. Lo faccio e mi alzo di scatto, come quel mio amico affascinato dal film con il regista che ha il nome del giocatore di calcio. Mi metto il cappotto, lascio il giornale chiuso male e in fretta sulla cappelliera e prendo la mia borsa. Arrivo veloce sul ballatoio dove si aprono le porte per scendere. Devo pure aver pestato un piede alla ragazza. Non ho avuto il coraggio di guardarla per chiederle scusa. A dire il vero non me ne frega più niente del suo sorriso. Sono sul binario 2 della stazione di un paesino di nome Canegrate, davanti al cartellone sbiadito con gli orari dei treni.
Le luci dei neon sembrano buttare fuori una malinconia da emigrante. Mi sento a milioni di anni luce da casa. Non c’è nessuno qui a parte me: è una di quelle stazioni senza biglietteria e sala d’aspetto. Devo tornare indietro a Milano Porta Garibaldi è ora scopro che il primo treno è alle 19 e 45.
Cinque minuti dopo l’inizio della finale del mio torneo di calcio a cinque.