mercoledì, luglio 30, 2008

Ancora Muffe

Allungati un po' di più

E non respirare

O l'odore morto

Della cenere volata sui tappetini

Ti farà ricordare

Che hai ancora un'ora per finire

Di lavare l'auto

E passare dal tabaccaio

Che le hai finite

Domenica pomeriggio

Senza partite

Perché oggi il figlio

Tocca a te.

E il rumore dell'aspirapolvere

Non basterà

A non farti pensare

Quanto ti è costato usare quel preservativo

Per quei 10 minuti nel campo

La cui confezione

Non vuole sfilarsi

Nonostante il tuo allungarti

Da dove il sedile scorre

Ormai a scatti sprecisi

tra le sue guide

ormai inutili

(Muffe, R. Buchago 2008)

giovedì, luglio 24, 2008

Racconti solubili #14

Io sembro uno con il Telepass, lei una da trasporto eccezionale che non passa dal casello.
E’ vecchia e lenta, le caviglie sono due panettoni antiparcheggio, faccio un ultimo scattino e la precedo sull’ingresso. Schiaccio subito il tasto giusto, quello dei pagamenti dei bollettini postali e mi allontano nell’androne delle Poste di Via Garibaldi.
Lei, la vecchia, sento che mi da del giovane maleducato con qualche spettatore involontario e poi inizia a chiedere aiuto su cosa deve schiacciare.
Ma io sono già seduto a guardare il tabellone luminoso. Ho il C184 e se leggo bene in alto dovrei avere una ventina di persona davanti a me.
Sono tante mentre le casse aperte sono solo 3.
Incomincia a prendermi una certa forma di ansia. Un’ansia strana, quasi più una forma di smania, il desiderio di vedere uscire sempre più numeri vicino al mio sul tabellone del codometro.
Il primo non mi gioca a favore, A123 sono quelli del bancoposta, son clienti pesanti questi: non è come spedire una busta o pagare un bollettino, dove ci sono di mezzo i propri soldi ci vuole più tempo. Chiedi sempre conferma “ma questo importo è corretto?”, “cosa vuol dire commissione lavorazioni esterne?”. E il tempo passa senza vedere cambiare il numero sul display a led rossi posto sopra alla cassa.
Guardo il signore in piedi, si è alzato dopo che ha visto H36 (per la cassa 6) lampeggiare dopo il segnale sonoro. Probabilmente ha il biglietto H37 o lì vicino. Cerca di capire quale sia il cliente più avanti nelle operazioni, il primo che finirà di essere servito e che lascerà quindi la cassa libera di ottenere un altro assegnamento. Un altro numero, eccolo alla cassa 8, ma è di nuovo un cliente banco posta A125. Il signore sbuffa e si mette a guardare l’orologio.
Ha fretta, mentre io vedo cominciare la mia rimonta
C170, C171 e C172 passano in un minuto, benedetti quelli che se ne vanno impazienti!
Mancano ancora 13 persone davanti e sono dentro da soli 10 minuti.
Sono euforico e aspetto il prossimo segnale, eccolo C173, niente bancoposta o spedizioni urgenti, sono nel cuore di chi o cosa gestisce la coda.
Poi di colpo una bella batosta e cado in preda alla delusione più nera: passano uno dietro l’altro, lenti come TIR in salita 5 codici che iniziano con la B. Arriva l’ultimo il B152 che ancora non ho capito bene cosa debbano fare quelli con questo tipo di codice.
Ma si riparte il mondo è un flipper colorato e ad ogni cicalare del suono che anticipa i numeri vedo la distanza con il mio C184 svanire. Sono esausto di gioia e trepidazione, mi alzo al C182 perché ormai sono tutto un bollore.
Sono mercurio vivo.
Guardo intorno le casse, quale sarà la mia?
Devo stare calmo, ma sono eccitato come un bambino al parco giochi, ancora pochi secondi e uscirà il mio numero.
Eccolo: C184.
Mi guardo attorno paonazzo, sono felice.
Ma la felicità è una cosa passeggera, passa subito.
Io però ho voglia di riprovarla, un’altra volta, ancora e poi ancora.
Faccio una pallottolina del cartellino con il numero e prendo la strada per l’uscita.
Mi busco un po’ di caldo qui fuori e poi mi rifiondo dentro a riprovarci.


(aM 14.2008)

venerdì, luglio 18, 2008

Quando incontri l'arte la saluti?

Ieri sera ho incontrato l'arte.
Aveva le fattezze di Davide Avogadro e sono pure riuscito a scambiarci 4 chiacchere.
Ma non ero interessato a Lei come persona, a essere sincero piuttosto normale - un banale stereotipo di artista, quanto alle sue opere.
C'erano esposte 6 o 7 sue opere di cui una in particolare mi ha impedito di starle vicino tranquillo: un'enorme faccia di donna su sfondo oro. Una donna dall'espressione tremendamente inquietante, sospesa tra noia, malinconia e rassegnazione.
L'ho guardata per tutta la sera, sorseggiando una birra e cacciando zanzare.
Se avessi abbastanza soldi la comprerei.
Davvero.

giovedì, luglio 10, 2008

Racconti Solubili # 13 (? Boh?)

L'importante è che scrivi. Butta giù una parola dopo l'altra e fregatene di tutte le voci.

Ogni cosa è inutile, a seconda di quale scopo scegli di perseguire  in quel momento. Quindi scrivi, che vedrai che ogni volta sarà sempre meglio. Non pensare a cosa serve. Come un muscolo rinvigorito, la scrittura ti costringe a spremere la tua essenza, a formare il pensiero e renderlo fisico. Certo questi led che si accendono per fare le lettere non sono poi tanto più fisici del pensiero, ma è già qualcosa.

Qualcosa che testimonia la tua presenza qui.

Ecco pensavo più o meno a queste cose, davanti al monitor del mio computer, quando hanno bussato alla porta. 

-       Ha per caso visto le mie tette?

-       Cosa?

-       Le ho chiesto se per caso ha visto le mie tette?

E' un tizio secco e dai capelli grigi, ma sulla 40ina, quello che dice di aver perso le tette. Tossicchia per schiarirsi la voce.

-       Scusi ma perché ha bussato qui?

-       Non lo so, ma sul piano nessun altro mi ha risposto.

-       Ascolti…

-       Be' ha visto per caso le mie tette?

-       Ascolti..non so proprio di cosa stia parlando.

Il tizio non da segni di pazzia apparente. Ha una cravatta blu con sopra il disegno di una mongolfiera. Sulla camicia ha una patacca di qualcosa che sembra gelato. Probabilmente un magnum al cioccolato bianco.

-       Si che lo sa..non hai mai visto delle tette?

-       Si..certo, ma questo non…

-       E allora vede che mi può aiutare?

-       Va bene, allora, mi dica come sono?

-       Sono tette gliel'ho detto.

-       Intendevo di che taglia? Di che forma? A pera, a melone, cadenti, insomma si fa presto a dire tette..

Il tizio mi fissa e si caccia in gola lo stecco di quanto rimasto del gelato. Lo succhia e poi se lo leva di nuovo. Mi punta addosso lo stecco e dice – lei mi sta prendendo in giro…

Per un attimo ho paura del suo sguardo che sembra per un istante caricarsi di rabbia. Allora cerco di giustificarmi:

-       No guardi, chiedevo solamente se…

Il tizio abbassa lo stecco del gelato.

-       Va bene, me ne vado..mi scusi per il disturbo..ma da quando ho perso le mie tette ho perso un po' la testa. Cioè, no. Si ok, ha capito che questo è solo un gioco di parole, perché la testa è ancora qui. Si, fa niente..mi scusi ancora.

Nello stesso momento in cui il suo sguardo passa da un accenno di rabbia a un misto di delusione e sconforto, si gira e se ne va.

Chiudo la porta, mentre lo vedo scendere ciondolando la rampa di scale.

Mi gratto il sedere e sposto le mutande che mi si sono infilate tra le chiappe.

Il computer ha attivato il salvaschermo: un susseguirsi di foto dei miei figli smette la sua sequenza di apparizione non appena tocco il mouse.

Riprendo da dov'ero rimasto. Scrivo "i", "l", e poi "tizio"…e poi "…è quasi fuori dal portone del condominio. Triste e sconsolato, guarda delle persone a caso, alcune felici, altre senza apparenti emozioni. Si chiede per un attimo perché.

Poi, dandosi una botta alla fronte con il dorso della mano, inizia a sorridere piano poi molla gli ormeggi e diventa sempre più sguaiato: una risata piena, senza freni.

Qualcuno lo nota, e forse vede la sua maglietta con le macchie di gelato. Ma lui se ne frega, adesso che si è ricordato dove ha lasciato le sue tette, è troppo felice."

Rido anch'io, mentre mi tiro indietro sullo schienale e mi accendo una sigaretta.

 (aM 13.2008)

mercoledì, luglio 02, 2008

Nuovo progetto

"Buchago is back!" (ammesso che qualcuno ne abbia sentito la mancanza).
Il suo nuovo progetto è una raccolta di poesia dal titolo "Muffe", che segue il successo internazionale di "Dimmi Parole Sporche".
Ecco di seguito la prima opera che ho avuto possibilità di tradurre per conto della casa editrice che ringrazio.

I

Appesa alla sbarra
Che ti salva dall’incertezza
Di una frenata non prevista
Guardi in basso
Verso il signore distinto
Che copre il suo completo gessato
Con la cronaca rosa di pagina 20
Non ricordi più a che ora
Tornerai a essere viva
Se lui ti porterà buone notizie
O cattive come sempre
La borsa con i detersivi
Che la Signora ti ha fatto comprare
Pesante, ti balla tra le scarpe
Non sono quelle che avresti voluto
Ma sposare uno con il vizio dell’azzardo
Non è una cosa che ti salva
Dagli imprevisti prevedibili
Dai lavori improvvisati
Dalla noia delle domeniche a casa
Con i figli già pronti
a renderti difficile
seguire quel programma che tanto ti piace
Andassero anche loro in sala corse
Almeno
Che io devo sopravvivere
Per continuare a sognare

("Muffe", R. Buchago 2008)

giovedì, giugno 19, 2008

Racconto solubile #12

"Frutta rossa matura.." e mentre lo dice porta il bicchiere verso il
naso e ci ficca quasi la faccia dentro.

Il suo amico seduto di fronte lo ascolta attento, mentre fa roteare il
vino e poi lo lascia tornare quieto, guardandone le righe e i segni
lasciati sul vetro.

"..ma sento anche un profumo di petali di violetta...strano, non
credi?"

L'amico è impegnato ad annusare e così non gli risponde subito, poi
dopo 3 o 4 tirate su con il naso torna a reagire annuendo: "..si,
anche se qualcosa non mi torna, c'è dentro un qualcosa che non riesco
a definire, mi sembra quasi..aspetta che ora mi viene.."

"A me sembrano petali di violetta, magari è perchè lo abbiamo aperto
da poco e non ha ancora dato tutto quello che deve dare..."

"Si è vero ora li sento anch'io, ma sono petali di violetta assieme a
frutta di bosco..mi sembrano dei..

"..mirtilli!"

"Si, bravo! Mirtilli, si mirtilli grossi e sugosi..ehi..guarda un po'
chi c'è la!"

L'amico si gira verso l'ingresso del locale, nella zona dove gli
avventori restano in piedi al banco.

"Franco?!"

Si avvicina un tipo che gli batte la mano sulla spalla, mentre cerca
di alzarsi per giungere a una stretta di mano.

"Seduto, seduto..come va?!"

"Bene, Andrea e io stiamo assaggiando questo Barbera, che ci fai qui?"

"Sono di passaggio sono venuto a salutare Anna poi me ne vado..."

"Sicuro che non ti vuoi sedere?"

"No, grazie sono davvero di fretta, un'altra volta ben volentieri"

"Ok, salutaci Anna allora!"

"Si, lo farò..ci vediamo.."

"Ciao.."

"Ciao Franco, a presto"

Il tipo dice "A presto" e si allontana per salutare altre persone.

I due amici al tavolo sono rimasti con un sorriso incollato, poi uno
dei due lancia uno sguardo verso i clienti e poi sussurra "Speriamo
bene per lui..".

"Si speriamo bene..con sti chiari di luna è sempre più difficile.."
dice mentre butta giù un sorso dal bicchiere e contrae le guance per
assaporare il più possibile il vino appena deglutito.

"Sai cosa mi ricorda?" aggiunge repentino.

"Chi? Franco?"

"Ma no, questo Barbera.." sul suo volto compare un mezzo sorriso.

"Eh? Cosa ti ricorda?"

"Non so, non ne sono sicurissimo, ma ti ricordi quelle caramelle di
gomma lunga.."

"No, aspetta..intendi quelle che avevano al circoletto?"

"Si, quelle bicolori rosse e gialle..anzi non le vedevano al
circoletto.."

"..ce l'aveva Mimmo!

"Si, ce l'aveva Mimmo, hai ragione!"

"Le metteva sempre sul banco perchè aveva paura che gliele rubassero.."

"Eh si, proprio quelle, allora ti ricordi il gusto? Per me sto vino sa
un po' di quelle caramelle"

L'amico annusa forte dentro al bicchiere, poi beve un bel sorso.

"Si, ma non quelle rosso e nere.." l'espressione dell'amico resta
agganciata a un pensiero in particolare: il sentiero nella sua testa
verso il ricordo.

"Hai ragione, erano quelle verdi e..."

"..e azzurre!" dicono all'unisono iniziando a sorridere.

Finiscono il vino nei due bicchieri poi uno dei due resta incantato a
fissare il bicchiere.

"certo che è strano..troppo strano." dice, come emergendo da un pozzo.

"Scusa?" l'amico lo fissa per un attimo.

"No, pensavo a quel tipo di prima.."

"eh allora?"

"Niente,non ti sembra che abbia..."

"Che abbia?"

"Eh che non sia strana tutta sta storia.."

"No, perchè? Non ti capisco.."

"Va be' fa lo stesso.." e dopo averlo detto si alza per andare a
pisciare.

(aM 12.2008)

lunedì, giugno 16, 2008

Ascolta questo!

Se cliccate qui, potrete ascoltare una playlist fatta da un internettaro 2.0.

Davvero bella, ci sono gruppi come Earth, Les Savy Fav, Beauty Pill.

sabato, giugno 07, 2008

Racconti solubili #11

"Potrebbe anche smetterla di fare avanti indietro con gli zoccoli!"

La vecchia signora del piano di sotto mi guarda con un'espressione di
chi ha davanti a sé Giuda Iscariota.

Quando ho aperto la porta me la sono trovata davanti così, in
vestaglia e sguardo truce. Dovevo capirlo dall'intensità degli squilli
del campanello e l'ora non proprio convenzionale che tirava aria di
guai. Ho pure commesso l'errore di arrivare nudo davanti al carnefice:
indosso un pigiama di molte notti e le ciabatte da doccia con la gomma
ormai alla frutta.

Più indifeso e alla sprovvista di così non poteva beccarmi la vecchia.

Le ho risposto con calma senza parlare, mostrandole i miei piedi come
per dirle "Mi scusi, le sembrano zoccoli, questi?"

Mi ha guardato vuota. Finita la sua invettiva si è bloccata di colpo.

Le vecchie così, come questa che mi abita sotto, non mi piacciono.
Tutte rinsecchite nella loro cartapecora che un tempo era forse
epidermide.

Cosa penseranno mai della loro vita in questa condizione?

Una condanna?

Magari hanno pure loro dei sogni che vorrebbero ancora realizzare che
le tengono tenacemente agganciate al respiro che le fa sopravvivere.
Finchè qualcosa non le stacca definitivamente la spina.

E' ancora fissa con lo sguardo su di me, ma adesso sembra aver paura.

Meglio così, almeno non aprirà più la sua bocca sgangherata. Non
riuscirei a rivederla ancora. Mentre parlava ho notato un colorito
giallo e ho iniziato a pensare a cosa deve aver lì dentro. Poi ho
sentito un brivido e ho provato a impormi di non pensarci. Ma io non
penso di pensare, cioè posso pensare che sto pensando, ma non sono io
quello che pensa di pensare. E' un casino, lo so, ma è così.

E allora ho rivisto la stanza dove morì zia Paolina, la sorella di mia
nonna. L'odore di quella stanza mi è rimasto addosso. La foto di Padre
Pio sul comodino, le ciabatte infeltrite, le caviglie gonfie, la
peluria sul labbro e quel bicchiere con l'acqua per la dentiera.

Mi sono dovuto concentrare sul rosso del suo maglioncino per
distrarmi. Ha funzionato, sono uscito da questo mantra sgradevole e mi
son messo a pensare alle cose che devo ancora fare e che mi piace
fare. Quanto vorrei fare sempre una cosa che mi piace fare e non dover
sopportare situazioni del genere.

Continua a fissarmi: c'è un elemento nel suo sguardo che mi costringe
a riflettere.

Vorrei tanto ammazzarla questa vecchia maleodorante! Ma la vita ha le
sue regole e i suoi tempi: non credo respirerai ancora a lungo vista
l'età. E poi ho un sacco di cose ancora da fare, i miei impegni hanno
la precedenza, metto su una faccia contrita e chiedo scusa lo stesso.

Ma che fa? Sembra sul punto di urlare...

Vuoi vedere che si è accorta di tutto?

Nella fretta di rispondere devo essermi dimenticato qualcosa.

Eh sì, povera donna ha ragione: ho ancora tutto il pigiama sporco di
sangue.

Se n'è proprio accorta, adesso dovrò ammazzarla per davvero.

Questo è un bel problema: ho ancora il bagno pieno di quel travestito
che ho portato a casa. Cioè di quel che ne rimane.

Glielo avevo detto con quei tacchi avrebbe fatto rumore, per fortuna
che adopero un machete e non una motosega, con tutte le vecchie che
c'erano in questo edificio...

(aM 11.2008)

domenica, giugno 01, 2008

sabato, maggio 31, 2008

Libri preferiti (3)

Continua la serie "stessi morendo, cosa consigliere di leggere a un amico, in modo che si possa tramandare qualcosa di bello?".
Lo so un po' patetico, ma i libri belli sono una piccola grande liturgia privata, quindi si può anche eccedere con il pathos...
Eccovi altre due proposte:
- Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar (credo non esista al mondo una cura migliore alla paura di morire di leggere questo libro, le ultime 5 righe sono la cosa più bella io abbia mai letto nella mia vita)

- Hey Nostradamus! di Douglas Coupland (cosa vuol dire saper scrivere: rimarrete legati al libro dalla prima all'ultima pagina, grande Doug, come sempre).

Buona lettura,

;-)))

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Now playing: Alan Stivell - Camaalot (Hymn I)
via FoxyTunes

mercoledì, maggio 28, 2008

Dimmi parole sporche

Dimmi parole sporche
stasera non voglio ricordare
di chi sono queste labbra
a cui mi sto per attaccare
Dimmi parole sporche
e lascia a casa il mio bel lavoro
le tue buone maniere
il bucato fresco e il tuo decoro
Dimmi parole sporche
prima di accender la luce
e far tornare di colpo
il tuo viso e la tua voce
con i nostri anni passati
e poi impilati
a prendere polvere
così rovinati
come vecchie edizioni
di cataloghi Ikea
mai guardati

(Dimmi parole sporche, 2008)

Traduzione di Mario Selaschetti

lunedì, maggio 26, 2008

Racconti solubili #10

Ho trovato un uomo che vendeva la moglie su eBay e allora mi son
detto: "perché no?"

Non ho mai venduto nulla, perché non ne sono proprio capace. Se vendo
una cosa è perché non m'interessa più e di questo se ne accorgono
subito e se ne approfittano quasi sempre.

Mi manca quella volontà di sostenere lo sguardo dell'altro e di
chiedere quel che mi è dovuto.

Ma non venderò mia moglie, dovrei prima averne una, almeno. Pensavo
invece a questo mazzo di carte da "Scala 40".

E poi quello della moglie era una provocazione, mica la vendeva
davvero, era solo un modo per vendicarsi di un tradimento.

Io le mie belle carte le vendo davvero.

Premetto, sono molto usate, le ho portate con me ovunque ci fosse del
tempo da ingannare in compagnia. Bei momenti: plaid sui prati e avanzi
di panini con la frittata.

Bastava qualche sasso o qualche borsa per tenere giù tutto, al riparo
dal vento e potersi sedere a giocare. Le gambe formicolavano dopo un
po' e ci alzavamo per fumare una sigaretta, guardando il paesaggio
intorno: il mare sulla spiaggia, il mare che avvolge gli scogli, la
pineta e la radura sui monti, il prato nel parco giochi in città. Se
poi era d'estate, sull'asciugamano si stava attenti a non farci salire
troppa sabbia che poi quando provavi a mescolarle sentivi i granelli
stridere tra carta e carta e questo, lo ammetto, mi dava troppo
fastidio.

Come il gesso sulla lavagna.

Oppure se era in una primavera troppo mite e dal vento fresco, allora
dovevi incassare la testa tra le spalle per scaldare il collo con il
pile della felpa. E poi ti veniva l'aspro sulle labbra e un principio
di naso che goccia, ma eravamo tutti belli pronti a raccogliere ogni
raggio di sole che cascasse fuori dalle nuvole a forza di colpi di
vento.

E' così che il 4 di fiori ci è finito in una pozzanghera e si è
irrimediabilmente rovinato.

Un bel colpo di vento.

Ma questo non è un problema se dividete le carte e giocate a briscola
con le 40 carte dal dorso blu. Potete anche giocare con tutte le carte
a Scala 40 o a Ramino, ma dovete promettervi di non ricordarvi che la
carta con il dorso rosso sbiadito è il 4 di fiori. Il mio consiglio è
quello di non dirlo: solo i più attenti ci faranno caso.

E sono comunque i più attenti quelli che vincono più spesso, quindi
questa cosa non falserà più di tanto l'esito della partita.

Io non sono uno di questi qui. Per me il gioco è divertimento e
casualità, a che serve impegnarsi se poi non pesco un Jolly e perdo lo
stesso.

Quindi è inutile sforzarsi nei giochi di carte, basta far passare il
tempo in compagnia.

Così ho smesso di mettermi a ricordare le carte uscite e mi faccio
guidare dall'istinto: non distruggo una scala perchè quel 9 di denari
che mi manca è già uscito almeno una volta in scarto. Se devo
distruggere la scala è solo perchè mi piace veder crescere un bel tris
di 9. E poi non mi accorgo mai se il 9 di denari è già uscito, mi
viene più facile ricordare il 5 di picche.

Non lo so perché ma è così. Posso dimenticarmi che giorno è e cosa mi
stavi raccontando 10 minuti fa, ma se è già uscito il 5 di picche
quello me lo ricordo sempre. Ma solo il primo però, se escono tutti e
due non me lo ricordo: penso sempre che sia uscito solo un 5 di
picche, non due.

Comunque non giocherò mai più a carte.

Da quando mi hai lasciato non ho più voglia di stare in compagnia, non
ci riesco proprio, a cosa mi servono dunque queste cose? Rivedo ancora
l'ultima mano. Hai chiuso, scartando quel 5 di picche.

Se volete questo mazzo lo vendo per poco, mi bastano 5 €. Ma dovrete
venirlo a ritirare qui a casa mia.

Non ho voglia di uscire e vedere gente, non riesco a sostenere lo
sguardo con nessuno.

Non chiedo tanto, ve l'ho detto non sono un gran venditore.

Non le voglio più toccare.

Fatevi avanti, vi prego.

(aM 10.2008)

sabato, maggio 24, 2008

Nel mondo che troverete...

..vorrei tanto non ci fossero storie come quella di Federico Aldrovandi.
Avevo già sentito la sua terribile storia: Federico appena 18enne è stato ucciso la notte del 25 settembre 2005 da 4 poliziotti. Lo hanno scambiato per un tossico e probabilmente, il dubbio è l'unica cosa che ci rende diversi (in meglio) dagli animali, hanno infierito perché erano certi di essere in missione per conto di Dio.
Così lo hanno pestato a morte: anche uccidere senza una necessità evidente è una cosa che ci differenzia (in peggio) dagli animali.
Ecco la cosa importante: il prossimo 3 giugno ci sarà un'udienza del processo.
L'ho appreso leggendo il blog dedicato a lui (ecco qui il link, ma lo lascerò per sempre nella mia barra dei link nella spalla a destra) che viene costantemente alimentato dai suoi genitori con l'amore e la tenacia di chi non vuole farlo morire un'altra volta (i mass media sono timidi a riguardo e una cosa che non va in tv è come se non fosse mai accaduta)
Non credo in una fine felice (potrebbe esserci comunque?) e temo che nessuno sarà alla fine incolpato: il mondo è pieno di esempi di come lo Stato non punisca quasi mai i propri servitori quando sbagliano (Rodney King , Sean Bell negli States solo per fare degli esempi eclatanti) anche quando ci sono prove evidenti a sostegno (nel caso di King nemmeno un video che ha ripreso tutto l'accaduto è poi servito).
Questo post è quasi sicuramente inutile (come tutti gli altri che ho fatto del resto), ma almeno ha il pregio di farmi sentire, per una volta, a fianco di tutte quelle persone che avrei voluto come compagni di viaggio dei miei figli, nel loro prossimo mondo.
Uno di questi mi sarebbe tanto piaciuto potesse essere stato Federico.

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Now playing: Joy Division - Love Will Tear Us Apart
via FoxyTunes

martedì, maggio 20, 2008

Racconti solubili #9

Non sono mai stato a Rovigo.

E poi ho sempre pensato che Rovigo non esistesse proprio, che fosse
come quelle città che montano per i set cinematografici e poi le
smontano quando non servono più o le lasciano a prendere polvere e a
rovinarsi sotto il sole, la pioggia e il vento per qualche turista
avventuroso o qualche passante casuale,

E a essere sincero non ne ho mai sentito parlare tanto, salvo alle
elementari quando dovevo fare l'elenco delle province del Veneto.
Ricordo ancora la faccia della maestra che si riempiva di ammirazione
quando iniziavo proprio da Rovigo il mio lungo elenco che si
concludeva con Venezia (mi piaceva lasciare sempre la più facile per
ultima).

Ma non sono mai stato a Rovigo, sino ad oggi.

Mi ci ero sempre un po' avvicinato: la gita delle superiori a Ferrara
e le mie visite per lavoro a Padova. Ma Rovigo non è una città dove ci
arrivi per caso o di passaggio: se ci vai è perché ci vuoi proprio
andare.

E ogni volta, da quando ne avevo visto più volte la posizione nella
cartina dedicata al Nord Est, chiedevo a chiunque: ma tu la conosci
Rovigo?

A questa domanda nessuno mi ha mai risposto con decisione. Da tutti i
colleghi di Padova, Venezia o gli amici di Ferrara non ho mai raccolto
che pochi "perché, t'interessa?", "ma si, non ricordo", "guarda che
non c'è niente".

Scrutavo la cartina e mi chiedevo perché avessero costruito Rovigo
proprio lì, nel niente.

Poi mi chiedevo che cosa pensasse di Rovigo uno di Rovigo. Noi
possiamo anche non andarci, perché per andarci dobbiamo volerci
andare, ma se ci sei nato lì come la prendi sta cosa?

Ti verrà mai la malinconia di Rovigo?

Comunque ancora una decina di kilometri è poi sarò a Rovigo.

Quando la settimana scorsa mi hanno detto che c'era la possibilità di
fare una presentazione a dei commercianti della zona di Rovigo, ho
sentito una fitta alla testa e mi è aumentata la salivazione. Ho detto
sì come se fosse un'altra persona a farlo.

Adesso sono sulla Transpolesana, la strada statale che collega Verona
a Rovigo.

Sono a 5 km d Rovigo.

Il paesaggio mi ha già preparato a quello che immagino troverò:
un'alternanza di niente, cose invisibili e ogni tanto dei pezzi di
nulla qua e là tra i pioppeti.

Ci sarà il wi-fi in albergo?

Troverò coda al semaforo del centro?

Secondo me a Rovigo il centro non esiste. Ho cercato su wikipedia
qualche riferimento storico o culturale ma la connessione mi è si è
interrotta e non ci ho riprovato più. Poi devo essermi dimenticato di
riprovarci. Ma Rovigo dev'essere nientaltro che un agglomerato senza
centro. Due belle tangenziali parallele e nel mezzo il nulla.

Non credo ci sia nemmeno una chiesa, anzi no c'è quella degli
"irredentisti di Elvis Presley è vivo e abita a Rovigo": una chiesa
che non conoscevo ma che ho trovato tra i beneficiari del 5 per mille,
quindi esiste.

Nel niente però, visto che ha sede a Rovigo.

Manca un kilometro a Rovigo ho visto un cartello che mostra destra
Ferrara, sinistra Padova e dritto Rovigo. C'è pure il cartello con
scritto comune denuclearizzato e città della pace. Poco oltre hanno
messo pure un cartello pubblicitario della "Chiesa degli
irredentisti di Elvis Presley è vivo e abita a Rovigo".

Sto per associare delle immagini 3D al pallino e alle righe della
cartina geografica.

Hic sunt leones per me, ma ancora per poco.

Vorrei piangere. Mi torna in mente la storia di Alessandro Magno
quando giunse in Pakistan e seduto sulla spiaggia, mentre guardava il
mare Indiano, si sentì terribilmente vuoto perché non aveva più nulla
da scoprire del mondo.

Aveva perso la curiosità: gli avevano detto che Babbo Natale non
esiste, o una cosa quasi così.

M tiro un po' su, io sono più fortunato d lui: visti gli impegni già
presi,non potrò arrivare sino a Porto Tolle. Non è una storia come con
Rovigo, ma confesso che il nome mi ha sempre incuriosito. Me lo
ripetevo a voce alta perché trovavo buffo il suono che ne usciva:
porto tolle porto tolle porto tolle porto tolle porto tolle porto tolle

Se lo ripetevo aumentando la velocità mi dava la sensazione di un
motore a gasolio di un vecchio trattore che parte.

Forse non avrò mai più un'occasione di andare a Porto Tolle. Dovrei
pover ritornare a Rovigo e avere del tempo a disposizione (ci vuole
una buona 45ina di minuti d'auto da qui).

E non credo capiterà. Peccato, ma mi consolo con l'entrata in Rovigo,
voglio farlo a occhi aperti e in piena coscienza, quello là in fondo
dev'essere il centro…che luci, che strani avviluppi d'aria..mi fischia
un orecchio..una luce strana.

…manca un kilometro a Rovigo ho visto un cartello che mostra destra
Ferrara, sinistra Padova e dritto Rovigo. C'è pure il cartello con
scritto comune denuclearizzato e città della pace. Poco oltre hanno
messo pure un cartello pubblicitario della "irredentisti di Elvis
Presley è vivo e abita a Rovigo".

Sto per associare delle immagini 3D al pallino e alle righe della
cartina geografica.

Hic sunt leones per me, ma ancora per poco.

Vorrei piangere. Mi torna in mente la storia di Alessandro Magno
quando giunse in Pakistan e seduto sulla spiaggia mentre guardava il
mare Indiano si sentì terribilmente vuoto perché non aveva più nulla
da scoprire nel mondo.

…..

......

......

(aM 9.2008)

giovedì, maggio 15, 2008

I aM Kloot: un gruppo strano

Segnalo la recensione/monografia degli I Am Kloot apparsa su blackmilkmag.com.
Lo faccio perchè anch'io li ho ascoltati e devo dire che non mi sono dispiaciuti.
La recensione non la giudico, è di un amico quindi sospendo ogni ulteriore critica: non sono uno di quelli che dice "guarda io se devo dire una cosa lo faccio..a me piace essere diretto e trasparente".
Quelli così, di solito, prima o poi te lo mettono sempre in quel posto...

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Now playing: I Am Kloot - The Same Deep Water As Me
via FoxyTunes

lunedì, maggio 12, 2008

Rodrigo Buchago: un caso letterario molto curioso (Seconda parte)

Intervista a Rodrigo Buchago ("Marcia" numero 12, novembre 2007), traduzione di Mario Selaschetti
 
Seconda parte (Continua dal post precedente).

Visto il personaggio che ha scelto, l'Italia le piace?

RB: be' non saprei, non ci sono mai stato, ma mi dicono che sia un paese con una classe politica che è lo specchio esatto della sua gente: rumorosa, litigiosa, egoista e sempre pronta a fregare. Poi conosco un po' il  loro calcio, il Milan..gli arbitri venduti (ride Ndr), la spazzatura a Napoli, la città di Maradona.

Già il calcio, una delle sue grandi passioni, ma nelle sue poesie non c'è n'è traccia…

R.B.: Non è una cosa volontaria e non è detto che non lo farò mai. Ma vede (indica la parete dove campeggia una maglia a righe giallonera del Penarol con il numero 10 NdR) il calcio è una cosa seria, non è roba da infilare nelle poesie…chi ci ha provato ha sempre fatto una figuraccia.

Parla del poeta italiano Saba e la sua poesia "Goal"

R.B.: Saba? Non lo conosco, devo essere sincero…no, mi riferivo ad altri molto più vicini a noi (probabilmente si riferisce a Gonzalo Ricci e la sua "Rete infinita" Ndr).

Torniamo alla figura di "Alessio Marchetti", non c'è pericolo che somigli alle figure dei piccoli burcrati create da Mario Benedetti nel suo "Poemi dell'ufficio"?

R.B:: No, assolutamente no (Rodrigo Buchago sembra corrucciarsi NdR) le poesie di Mario, bellissime, cercano di mostrare la nuova modernità, concentrandosi sulle nuove regole di relazione imposte dalla burocrazia. Il mio personaggio non è cosciente di nulla, di niente. Cerca di capire se c'è qualcosa degno di essere raccontato in tutto quello che vede o gli capita. Relegandolo in un ambiente moderno ho solo voluto soffiargli un anelito di Realismo in più. E' un uomo tipicamente moderno che vive una situazione moderna, ma la sua ricerca della Verità e della Realtà è una cosa senza tempo.

E l'ha trovata questa verità? 

R.B. sinceramente non lo so, è un po' che non ci sentiamo (Rodrigo Buchago resta molto serio in questo passo, NdR). Ma c'è una cosa che vorrei precisare, a Marchetti non interessa conoscere tanto il perchè si vive, la Verità, quanto piuttosto lo scoprire cosa si deve fare per vivere senza noia. Lui pensa che la noia sia una specie di cartina di tornasole del fatto che quello che fa non ha alcun senso e non lo porterà alla salvezza eterna. Quella con la "s" maiuscola per intenderci. Cerca una ragione per vivere, che allo stesso tempo gli faccia passare il tempo. Ma questo non è un problema mio dopotutto (Buchago si porta il bicchiere di Cherry alla bocca e tira un bel sorso, NdR).

Una visione teleologica del suo mondo?

R.B: No, la televisione non c'entra nulla (ride, NdR), e nemmeno l'esistenza certa di uno scopo per questa nostra vita. Lascio agli amanti della filosofia cose del genere, Alessio non ha nessuna certezza lo ripeto, certo se questo Scopo ultimo esistesse, lo troverebbe appagante e lenitivo. In questo senso la sua è una ricerca costante, molto umana e senza troppa speranza di successo: non è altro che una lieve deviazione dal più classico edonismo che ci unisce tutti, in qualità di Uomini.

Marchetti ha in qualche modo dei modelli a cui s'ispira?

R.B. Si, perchè li cerca disperatamente o forse perchè cerca di sfuggirne, una volta trovato uno. Come detto prima, pensa che lo scrivere sia una di quelle cose giuste, in grado di salvarlo dalla noia e dalla morte, ma non ne è convinto completamente, perché ogni tanto si annoia pure a far questo, così cerca nelle opere degli altri, con curioso accanimento, per vedere se questa cosa l'hanno pensata e scritta anche altri. Legge Whitman, Pound, Montale, Carver, Buchago (ride, NdR) e Julio Repente, certo. Ma poi li dimentica tutti.

Cambio discorso. Molte poesie parlano di pendolarismo, o sono ambientate sui mezzi pubblici pieni di gente che va al lavoro. Ci perdoni, ma lei che ne sa?

R.B. Molto poco, è vero, ma anche se non ho mai lavorato e vivo in un paese senza traffico, ho molta immaginazione. Del resto non occorre essere stato un cavallo per essere un ottimo fantino…(ride Ndr). A essere onesto è la mia unica qualità. O meglio ne avrò anche altre ma sono  probabilmente troppo utili per farci dell'arte. Non ho nemmeno figli, almeno riconosciuti (ride Ndr), eppure il mio personaggio sente la necessità di fare poesia per descrivere un momento carico di significato come la nascità di un figlio. Insomma mi ci volevo sentire in una situazione del genere, senza il dover pagar loro le rate dell'Università (Rodrigo Buchago chiama I suoi due pastori tedeschi "Morgan e Julian" che accorrono scodinzolando, Ndr) e soprattutto molto meno ubbidienti di loro…

Ha scritto una poesia "Soluzione" in cui il suo alter ego, sostiene, a suo modo come un paradosso, che la persona inventata, quella letteraria, sia lui e che lei, sia il suo effettivo creatore. Solo un gioco di logica?

R.B. No, semmai un omaggio a chi ha dato un'interpretazione, molto prima e molto meglio di me, su cosa sia questa nostra vita e come in essa, le opere letterarie, vi trovino posto. Mi riferisco ovviamente a Borges, a una delle poche  cose che sono riuscito a comprendere appieno, tra quelle che ha scritto, e cioè che anche i personaggi che creiamo sono reali, o meglio, acquistano una loro complessità reale. E questo vale per le creazioni in letteratura ma anche per quelle sui nuovi media siano essi TV, cinema o internet. Siamo tutti, noi e i nostri personaggi, creature di sogno. Resta da capire se dello stesso autore…

Qual è il suo film preferito?

R.B. Devo ammettere che non riesco più a concentrarmi molto per oltre un'ora…quindi non riesco più a vedere film. Adesso guardo molto più le serie televisive come Dexter o Criminal Minds. Ma uno ce l'ho anche se un po' vecchio, è "Verso il sole" di Cimino.

E il gruppo musicale?

R.B. Ne ho diversi, ma così su due piedi le dico Neil Young, Arcade Fire, Fiery Furnaces e Joy Division..poi tutto è relativo al periodo in cui lo si chiede. Oggi sono questi.

Passiamo alla letteratura, qualche consiglio sulle letture?

R.B: anche con I libri mi capita la stessa cosa del cinema, così preferisco I racconti ai romanzi e le poesie con un po' di narrazione ai racconti stessi. Direi Cechov – I racconti della maturità, Carver per le poesie. Non sono un amante del simbolismo e della ricerca delle parole complicate, preferisco le cose minimali come I mobili ikea o gli haiku giapponesi (ride per l'assonanza musicale ikea-haiku NdR). Certo Ezra Pound…

Quali desideri ha per il futuro? La pace nel mondo, la fine della miseria, vincere il Nobel (al momento dell'intervista non erano ancora circolate I rumors che lo vedevano candidato per l'America Latina NdR)

R.B. …mi piacerebbe che il Penarol vincesse ancora l'Intercontinentale (pensiamo a una battuta ma Buchago resta molto serio NdR).

 

(Si ringrazia "Marcia" per il materiale riprodotto)
 

Rodrigo Buchago: un caso letterario molto curioso

Pubblico questa intervista a Rodrigo Buchago molto volentieri. In primo luogo perché le sue poesie compaiono in diversi post di questo blog. E poi perché Buchago, visto l'ostracismo e la censura che lo ha colpito da anni (anche ritrovare questo articolo non è stato facile), rappresenta un caso letterario molto curioso, come riporta il Corriere in un articolo di qualche mese fa (Nell'inserto culturale dell'edizione del 8 febbraio 2008).

Intervista a Rodrigo Buchago ("Marcia" numero 12, novembre 2007), traduzione di Mario Selaschetti

Rodrigo Buchago nasce il 9 ottobre del 1970 a Maldonado, città situata a 95 km da Montevideo e famosa per il suo porto, dove ogni giorno arrivano e salpano le navi che tengono vive le sue industrie tessili e alimentari (in particolare l' esportazione verso il nord America della preziosa Aringa salmistrata del mar de la plata), e per il suo museo di Arte Americana (dove sono esposte, tra le altre,  le opere del grande Joaquin Torres Garcia e le installazioni di Ramiro Esteban Barfonzi). Scrive poesie da quando ha 6 anni e ormai dalla pubblicazione della sua prima opera, il fortunatissimo  "Manuale di disegno per pensieri a mano libera" (1988) è considerato tra I più importanti poeti viventi uruguaiani.

..e pensare che il suo eteronimo è un impiegato italiano (Alessio Marchetti N.d.r.), ci racconta com'è nata questa cosa?

RB: Dia un'occhiata in giro, questa è la mia casa. Io e lei siamo seduti nel salone e di fronte a noi, dietro questa grande vetrata c'è l'Oceano. Se solo l'aprissi sentirebbe il profumo di sale arrivarle sino ai calzini. Si sta divinamente qui, non le pare? (Effettivamente la casa di Rodrigo Buchago è una vera oasi di tranquillità, con la sua pineta, appoggiata su una collinetta che degrada dolcemente verso il mare, con tanto di piccola spiaggia privata NdR).

Ma la vita è un'altra cosa. Io qui, al riparo da tutto e da tutti ho così tanto tempo per pensarla…per crearla (mi fissa  intensamente e I suoi due occhi azzurri diventano quasi due punte di spillo, poi ride Ndr). Mi sono detto cosa c'è di più impastoiato nella vita moderna di un impiegato pendolare in una bella città caotica?

Ma Montevideo non poteva essere più adatta di Milano?

RB: Forse. Ma Montevideo così come l'Uruguay non esiste, è un'invenzione di qualche geografo impazzito. La gente conosce l'Argentina e Buenos Aires, il Brasile e Rio de Janeiro, ma l'Uruguay e Montevideo no. Per questo mi son detto: "il tuo amico deve vivere in una città grande e famosa, ma non troppo come Parigi, New York o Londra ad esempio, con il rischio di rendere il personaggio, in confronto a loro, già un non protagonista. Milano è perfetta, con gli italiani per loro natura dei casinisti e un tocco d'internazionalità..la moda, il Da Vinci, la mafia…e poi il Milan, la squadra dove hanno giocato Schiaffino e Ghiggia"

(Continua)

domenica, maggio 04, 2008

Racconti solubili #8 (parte 1)

(A Ian Curtis)

Perchè ho paura?
I miei piedi sono nel nulla, non c’è proprio luce qui. Ora.
Annuso forte l’aria: la pioggia deve aver inzuppato gli alberi del bosco sino alle radici.
In fondo alla gola mi arriva un pizzico, un fastidio che preannuncia un bel maldigola. Non ho voglia di sentire tutto quel male quando butto giù la saliva, al mattino. Preferisco il raffreddore che ti blocca le vie respiratorie, perchè a parte il fastidio di soffiarsi il naso che ti lacrima ogni 10 minuti, sei più intontito che sofferente. Il maldigola, mi mette ansia, sin da piccolo. Come il buio del resto.
E questa strada in salita verso la villa è immersa totalmente nel buio.
Nella tasca cerco l’ultima delle caramelle che ho comprato, ma non la trovo. Devo averla già succhiata mentre trasportavo le valige dentro. Ora alzo il colletto della camicia, troppo leggera, ma in mancanza di altro ci butto dentro il collo lo stesso.
Ma erano anni che non provavo una paura del genere.
Il buio è la materia originaria. La fantasia plasma tutto questo nero in forme diverse. Prima mi è sembrato di scorgere una figura umana poco dietro di me. Ero sicuro che non ci fosse nessuno, ma ho provato comunque dell’ansia, come quando l’aereo decolla e mi dico che è il mezzo più sicuro che ci sia per viaggiare. Per un attimo mi vedo la pagina del giornale che parla della tragedia aerea. Del mio aereo. E mentre lo penso scuoto la testa per scacciare il ragionamento e mi tocco le balle per scaramanzia. Poi prego che tutto passi, come adesso che non sono più sicuro in questo ambiente.
Tutto questo buio in una volta sola, mi ha riportato troppo indietro. Da piccolo nella cameretta della casa degli zii, con quegli scuri alle finestre che non lasciavano passare nulla. Piuttosto mi piasciavo addosso che uscire dalla stanza per andare in bagno. Nella stanza a fianco dormiva lo zio Umberto, con quell suo naso distrutto dal Lupus. Perchè mia madre mi lasciava dormire lì? Non mi piaceva nulla di quel posto eppure ogni occasione era buona per passare del tempo in quell posto.
Certo lo zio aveva tanti soldi, ma con noi era sempre tirato…
Ma la mia paura iniziò dopo quella sera…
Scuoto la testa, ma il presente è quasi peggio: si alza un vento freddo e l’immaginazione deve fare I conti con le nuove figure disegnate da questo mondo sferzato dagli elementi.

Racconti solubili #8 (parte 2)

Qui a sinistra, adesso: una testa, mi sembra una testa che si piega, ma è troppo innaturale e il vento la riporta a essere forse un alberello di felce.
Non ho sempre avuto paura di avanzare in quel corridoio lungo. La piccola madonnina votiva, con il suo lumicino, era la mia stella polare nel buio: ancora un passo e c’era il bagno.
Niente stelle stasera, avanzo con la mia ansia crescente. La luna è piccola, giusto un bagliore che anima le ombre di questo bosco.
Mi sembrano due gambe nel vuoto, che dondolano, quelle lì..
Quella sera non dovevo essere sveglio in quel corridoio, di fronte alla camera dello zio.
Qualcosa scricchiola qui dietro, mi volto di scatto.
Nulla, ma il cuore è già andato via.
Quella sera non dovevo essere sveglio in quell corridoio. La porta della camera dello zio scricchiolando si aprì per una corrente d’aria. Anche allora c’era vento fuori.
E fu così che la vidi.
La vedo ancora, adesso, di fronte a me, poco sulla destra. Dura un attimo la sensazione poi la sagoma incappucciata ritorna a essere un’ombra mossa dal vento.
Quella sera era lì, con la sua preda. Strappava fuori l’anima dello zio dalla lingua, che dallo sforzo di resistergli si dibatteva dando calci all’aria con quegli occhi iniettati di sangue, sul punto di uscire anche loro dalle orbite. Forse era entrata dalla finestra aperta, assieme a quella luce lunare che creava quella ombra che si contorceva nel vuoto. Poi un ultimo strattone forte e lo ha lasciato appeso alla trave del soffitto, a sbavare le ultime gocce di saliva della sua vita. Lei è rimasta ancora lì, poi si è girata verso di me. Mi aveva sentito. Mi ha guardato e mi ha fatto segno di tacere.
Non sono più andato in bagno di notte in quella casa.
Non sono più stato bene nel buio da quella sera in cui mio zio è rimasto impiccato.
Adesso il vento si è calmato. Vedo la natura tornare mansueta.
Riconosco la strada, sono vicino alla meta.
La luce del lampione a fianco del grande cancello di una delle tante proprietà che quella morte ci ha lasciato è sempre più vicina.
Mi giro verso il buio passato, un ultimo scherzo delle sagome di vento e ombra alle mie spalle.
Quello che prima sembrava la figura della morte con il suo triste capo coperto, adesso si è tolto il cappuccio e ridiventa quella faccia così troppo familiare.
Ancora un centinaio di metri e potrò entrare dentro.
Ma non sarò mai al riparo, lo so.
Non mi sentirò mai più a casa.
Perchè mio padre era nella stanza dello zio quella notte?