martedì, agosto 04, 2009

Korniglia: l'affare s'ingrossa!

Vi siete persi le prime puntate di questo affascinante Romanzo? Cliccate qui.

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“Parlo di quel pacco enorme di mariuana che il tuo amico ricchione ti ha portato qua dentro. Perché è qui che sta adesso non è vero..?”

Alessandro sente arrivare queste parole dalla stanza del bar. Pensa e se anche lo fossi un po’ ricchione?

Poi veloce compone 123456787654321 sul telefono scassato, un vecchio telefono, forse il primo con una tastiera al posto di quelli con la Ghiera che quando la si usava faceva tottotottotò per ogni numero. Senza alcun rumore meccanico o di movimento alle sue spalle si apre una delle pareti, si sposta con incredibile velocità una lastra spessa almeno un metro, lasciando intravedere molto lontano una luce.

Alessandro s’infila nel corridoio scuro e avanza verso la luce, raggiunta una fotocellula la grande lastra alle spalle si chiude e dopo qualche istante una serie di luci al led illuminano la strada. Dietro di sé sulla grande lastra appare un piccolo monitor LCD che si accende all’istante. Vede la gente nel bar e il Maresciallo. Non c’è Audio. Resta un attimo a pensare poi pensa “Matteo se la caverà come sempre, tanto il Maresciallo pensa solo alla droga. Di questa roba nessuno si preoccupa qui a Corniglia.

Alle pareti del corridoio che alterna pezzi di roccia umida a tratti in mattone e pietra lavorata scorge alcune scritte tra cui “viva la figa” e il simbolo della pace e quello dell’anarchia.

Sente dei rumori in lontananza, verso la luce, così affretta il passo. Una bella discesa da fare.

Dopo almeno n centinaio di metri il corridoio si apre.

Entra in un enorme atrio. Conta mentalmente i portoni che vi si aprono. Sono 7, lui sceglie quello sotto il Leone di marmo. Sul portone c’è una scacchiera. Preme due tasti, come se spostasse un immaginario pedone due caselle avanti. E’ un’apertura di donna.

Senza alcun rumore, di nuovo, un meccanismo invisibile fa aprire il portone.

Un mare di luce avvolge Alessandro e una folata di aria fresca lo investe.

Un enorme spazio pieno di alberi con al centro un laghetto pieno di ninfee.

Sul soffitto a metri di altezza, sette lucernari lasciano entrare la luce dall’esterno. Forse c’è un tipo di specchio ad aumentare la forza della luce perché sia pur chiusi da qualche parte nel sottosuolo, la luce sembra quella di un tiepido sole di maggio.

“Sandro ti stavo aspettando!” una voce lo desta per un attimo.

Alessandro si volta verso il grande prato dietro all’Acero canadese dalle belle foglie rosse.

Vede un vecchio dai capelli bianchi molto lunghi.

“Jean Pierre mi hai fatto cagare addosso..”

“Scusa, sono venuto in Serra di Sotto perché volevo vedere come vanno le nuove piante di pomodoro..”

“E come vanno, bambino mio?

“Bene, anche quest’anno faremo una grande passata..così Agostino sarà contento..”

Jean Pierre lancia un pomodoro cuore di bue ad Alessandro.

“Pomodori a Gennaio..non mi abituerò mai a questo prodigio” Alessandro da un morso al pomodoro e una goccia di liquido e qualche seme gli cola dal labbro. Mette su un’espressione compiaciuta.

“eh già, qualche vantaggio dobbiamo pur averlo con tutto quello che la sorte ci ha tirato in testa”.

“E poi chi mangia sano campa cent’anni” Alessandro sorride.

“Anche di più direi..” Jean Pierre s’incupisce poi aggiunge “peccato non averlo scoperto da subito…”

“hai saputo del nuovo arrivato?” dice Alessandro

“Sì, ho visto Ago portarlo nel canile..”

“E’ vivo quindi?”

“Sembra di sì, Billi dice che se la caverà”

“Strano modo di arrivare a Corniglia”

“Chissà se ci voleva venire..secondo me è cascato da qualche nave e gli è andata bene che la corrente lo abbia scaricato giù alla Marina..”

“Sì hai ragione, forse hai ragione..”

“Ti fai un bagno?” Jean Pierre sorride.

“No, grazie devo andare da Billi..Matteo mi ha dato la sua scorta..”

“Allora, ecco cosa volevo dirti che mi è passato di mente.. senti devi farmi un piacere..”

“Sì certo, cosa?” Alessandro si mette il pacco d Maria sottobraccio e si predispone all’ascolto.

“C’è un nuovo gruppo che ho ascoltato alla radio..e mi chiedevo se riesci a tirarlo giù da internet…”

“Si..Va bene, come si chiamano?”

“Dinosaur Jr…”

“Ok. Ti scarico tutta la discografia” risponde Alessandro

“Grazie! Ti metto da parte dei fiori di zucca, domattina.”

“Dalli ad Agostino che ce li fa fritti con le acciughe..adesso mi stendo un attimo lì sul prato..non ho dormito granchè e preferisco starmene un po’ lontano dal mondo, abbiamo visite”

“Chi c’è? Il Maresciallo?” chiede Jean Pierre.

Alessandro annuisce.

Jean Pierre ride, scuotendo la testa e la sua enorme massa di capelli bianchi. Vorrebbe aggiungere con voce solenne “la legge terrena è ben poca cosa rispetto a tutto quello che c’è qui” ma la voce non gli esce per pigrizia. L’osserva sdraiarsi sul prato.

Quando Alessandro riapre gli occhi gli sembra passato poco tempo.

Si alza e non vedendo nessuno, dopo essersi stirato e levato di dosso qualche ciuffo d’erba prende il sentiero che costeggia il lago sino alla cascata: un enorme getto di acqua che esce da una fessura in alto sulla parete rocciosa. I leggeri fumi che si alzano tradiscono la temperatura calda dell’acqua. D’istinto allunga una mano e il piacere di quella tiepida umidità lo rapisce per un attimo. Tiepida al punto giusto non calda.

Il rumore di schizzi lo fa voltare e così vede Jean Pierre completamente nudo, a parte una serie di enormi tatuaggi dai colori sbiaditi, tuffarsi e sparire nell’acqua profonda del lago tiepido.

Dietro alla grande cascata un minuscolo passaggio gli consente di passare.

Sente un lieve fastidio alla testa. Sa che cos’è come tutti gli altri del resto.

Affretta il passo verso la medicina.

Dietro la cascata, nascosto da questo schermo rumoroso fatto d’acqua vede un lungo corridoio in salita.

Più di 50 metri dopo, aziona una leva e una lastra pesante di cemento si muove con la leggerezza di una ballerina alla Scala.

Ci fosse qualche ritardatario in questo luogo dai pensieri in solitudine, di sicuro rischierebbe un infarto, vedendo un giovane dalle gambe lunghe aprire il sarcofago in marmo di Carrara in cui dovrebbe riposare celato il Cavaliere della Croce di Malta Tommaso Servidei Truffello.

E invece Alessandro, richiuso il sarcofago e aperta la porta della Cappella, esce dal cimitero e si avvia verso il Canile, una costruzione disadorna e sghemba in cui sovente venivano, una volta, ricoverati i cani da caccia, poco fuori il centro abitato.

Nel cielo la luna ha preso possesso dei suoi appartamenti.

Giusto un secondo di titubanza per scorgere, grazie alla luce tenua che filtra dalle nuvole scure, la tempesta rendere bianco il mare e farsi venire in mente per un secondo quella poesia che fa “o aperti ai venti e all’onde liguri cimiteri”.

Non c’è traccia di Carabinieri in giro.

Un pensiero di colpo lo tormenta: il nuovo arrivato sarà uno dei nostri?

Poi Alessandro, tirandosi su il bavero per coprirsi dal vento freddo, scende la ripida scalinata che dal cimitero porta verso il paese come un corpo in balia della gravità.

domenica, agosto 02, 2009

Lo faccio anch'io!

Oggi sono stato in un parco giochi con annessa zona BBQ e balera pomeridiana.
Praticamente il supermercato dl divertimento per tutta la famiglia allargata (compresa di nonni, cioè). Mentre i miei figli rimbalzavano sui gonfiabili, ho avuto la possibilità di assistere alla partenza di "Michi e i balordi" un'orchestra di liscio, così almeno credevo. Si trattava in realtà di un solo personaggio dotato di mixer e di basi su cui ogni tanto ci canticchiava sopra, molto più spesso invece si limitava a introdurre i brani, aggiungendovi qualche dedica.
Mi son detto: "lo posso fare anch'io, cribbio!"
Così è partito il progetto che mi porterà da qui alla pensione e oltre, se l'ugola e la prostata mi reggono.
Primo passo trovare il nome, ci vuole un qualcosa in linea con il target della terza età.
Ecco dunque una serie di possibilità (se avete preferenze o suggerimenti fatemi sapere mi raccomando):
- Silvio e le sue Escort(S)
- Johnny Algasive
- Tony e la sua pioggia dorata
- Lino Panno e Rina U.
- Dino e il bicchiere sul comodino
- I magnifici incontinenti

Vai con la mazurka quindi..

giovedì, luglio 30, 2009

Mar Esciallo

Continua, non so ancora per quanto, ma continua l'entusiasmante romanzo a puntate dell'Estate: Korniglia.

Se vi siete persi la prima puntata cliccate qui

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“Volo” dice Matteo, gettando l’ultima carta sul tavolo

Il suo compagno, come ubbidendo a un patto segreto butta giù un asso di cuori.

Poi sorride.

“Cazzo non mi ricordavo che c’era ancora l’asso in giro” dice Alessandro, un ragazzo con le lentiggini seduto a sinistra di Matteo.

Suona il cellulare. Matteo si alza e fa un cenno a un vecchio in piedi che stava seguendo la partita.

“Aristide prendi il mio posto che mi chiamano..”

Il vecchio si siede e inizia a guardare il suo mazzo di carte. Si gratta le balle con la mano libera, poi guarda il suo compagno, uno più o meno della sua età con una bella ciste carnosa sulla tempia destra, come per capire dalla sua espressione cosa deve giocare.

“Pronto?”

Matteo s’incupisce per un attimo poi risponde “ma no ti ho già detto che ho finito le birre, se non me ne porti almeno 4 casse è inutile…”

Alessandro deve scartare il tre di denari e si prepara a subire un’altra mano lunga: Aristide ha capito subito cosa fare. Alessandro e il suo compagno di gioco capiscono che sino alla fine delle carte non potranno far altro che rispondere senza possibilità di riprendere il bandolo del gioco.

“Va bè fa un po’ come vuoi..vorrà dire che la prossima volta vado alla Metro a fare l’ordine..” Matteo chiude la conversazione e si riavvicina ai giocatori. Gli scappa un “ma va a cagare…stronzo”.

Alessandro guarda Matteo con un’espressione interrogativa.

“Ragazzi, niente birre sino a giovedì, il corriere ha fatto casino..però se volete bere della Spuma bionda quella ne abbiamo in abbondanza..”

Alessandro butta l’ultima carta sul tavolo “mi sono rotto, basta! Avanti vi pago da bere e siamo a posto..cosa prendi Aristide?”

“Un goto de rosso” fa Aristide

“Uno anche per me” dice il vecchio compagno di Aristide.

“Ok, Matteo facciamone tre visto che a birra sei messo male…” dice Alessandro.

Poi si avvicina a Matteo. “Come sta?” gli dice schiacciandogli l’occhio.

Aristide li osserva e si mette a ridere.

“Non lo so, secondo me muore”

“Che ne dici se vado a dare un’occhiata?”

Matteo si guarda un attimo in giro e poi fa un cenno di assenso.

Aspetta già che ci sei porta giù questo. Fai il giro lungo, tra qualche minuto entra il nostro amico e ci romperà il cazzo come al solito.

Matteo prende da sotto il banco una busta con dentro dell’erba.

“Rosmarino?” dice Alessandro

“Si, di quello buono però..” Matteo sorride

“Saranno almeno 4 chili..li mortè!?”

“La scorta per l’inverno..portala a Billi”

Aristide sorride a due denti e si porta due dita verso la bocca mimando un tiro di sigaretta.

Alessandro dice “vado”, apre una porta con scritto “telefono” e s’infila in una piccola cabina dove s’un tavolino sghembo è sistemato un telefono e a fianco una seggiolina da picnic.

In basso, adagiato per terra, un vecchio elenco telefonico della Provincia di Spezia.

Richiude la porta.

Matteo guarda l’orologio e conta sino a dieci.

Arrivato a dieci si volta e vede entrare un carabiniere.

Un Maresciallo dei Carabinieri.

“Maresciallo che piacere…è venuto a prendere un caffè?”

Il Maresciallo si avvicina al banco e con l’indice punta Matteo.

“Tu sei uno stronzo! E prima o poi gli stronzi come te li porto a Villa Andreini, magari mi ci vuole un po’ ma poi vi ci porto tutti..”

Aristide e gli altri anziani sembrano essere diventati sordi di colpo.

“..e sai cosa mi piace di quando vi porto lì dentro..?”

Il Maresciallo prende uno stuzzicadenti dal bancone, vicino a una coppetta con delle olive taggiasche di qualche tempo fa. Matteo pensa “Sembra quasi una caricatura di un Maresciallo dei Carabinieri in qualche film anni ‘70”

“..quando si mettono a piangere come dei vitelli..dei vitelli verso il macello”

Il Maresciallo fissa Matteo negli occhi.

“Maresciallo ma perché mi dice così, sono solo un barista di un piccolo paesino delle 5 terre.”

“Finiscila! Lo sai bene che prima o poi tu e i tuoi amici vi becchiamo con le mani nella pasta..”

Matteo vorrebbe invitarlo a una spaghettata, ma teme che l’umorismo non sia apprezzato in questo momento.

“Guardi Maresciallo non so di cosa stia parlando..”

“Parlo di quel pacco enorme di mariuana che ha il tuo amico ricchione qui dentro. Perché è qui che sta adesso non è vero..?”

Matteo diventa scuro in volto.

Pensa a microspie ma poi si rassicura. Riccardo non lascerebbe mai che un aggeggio del genere s’infilasse in paese.

Il silenzio è assoluto. Aristide sembra annusare l’aria come una talpa.

Due Carabinieri con il mitra si piazzano davanti all’ingresso.

“Come vedi ormai non c’è più niente da fare..”

Il Maresciallo avanza verso la porta del bagno, un’altra coppia di Carabinieri si piazza davanti all’altra uscita.

“Senti, facciamola finita, se mi dici chi c’è dentro..tutti i nomi, ti prometto che ti faccio trattare bene dal procuratore..” il Maresciallo indugia con un’espressione compiaciuta.

Matteo pensa a quei film americani in cui la polizia dice al colpevole, confessa che ti sentirai meglio. Ma la cosa non l’ha mai convinto del tutto dal punto di vista logico.

Il Maresciallo si mette ad urlare “ti avverto stavolta sei fregato!” e con uno scatto apre la porta del bagno con gli occhi pieni di ansia del bambino che gioca a nascondino.

Il bagno è vuoto se si esclude un secchio con una ramazza e una pila di giornali vecchi.

Deluso, il Maresciallo torna a guardare Matteo mentre con la coda dell’occhio, compiaciuto, controlla la porta con scritto “Telefono”.

“Te lo chiedo per l’ultima volta…”

Matteo fissa il Maresciallo con un sguardo preoccupato. Un anziano fa per alzarsi, uno dei Carabinieri all’ingresso gli si fa incontro. Il Maresciallo gli fa un cenno e questo lo lascia passare.

Il vecchio esce dal bar e sputa per terra non appena fuori.

“E va bene, peggio per te…”

Il Maresciallo fa un cenno ai due carabinieri all’ingresso del bar, che rispondendo all’ordine si mettono davanti a lui con i mitra spianati. Tutto sembra pronto.

Poi uno dei due apre di scatto la porta con su scritto “Telefono”.

Al Maresciallo scappa un “macheccazzo!”

Dentro la cabina c’è solo un tavolino sghembo dove è sistemato un telefono e a fianco una seggiolina da picnic. L’elenco del telefono è ancora per terra.

Matteo dice “per le chiamate all’estero deve fare lo 00 prima..”

Aristide apre la sua bocca in un sorriso a due denti (larghi).

Il Maresciallo da un pugno sul bancone mandando in frantumi il contenitore dello zucchero. Il lungo cucchiaio che c’è dentro viene sbalzato a due o tre metri di distanza.

“Non so cosa cazzo sia successo, ma ti avverto prima o poi ti vedrò piangere mentre ti porto in galera…”. Poi il Maresciallo richiama i suoi uomini e se ne esce dal bar.

Un ragazzo vestito con una maglietta a righe e un cappello da marinaio entra nel bar.

Matteo che stava per pulire lo zucchero sparso ai 4 venti lo guarda e gli fa “senti un po’ Nino, ma non dovevi essere di vedetta tu oggi?”

Il ragazzo si siede a un tavolo e inizia a sfogliare la Gazzetta.

“Sì, fino a 5 minuti fa…” risponde il ragazzo

“Nino, il Maresciallo e i suoi gendarmi sono appena arrivati qui belli indisturbati e tu dov’eri?”

“Ero ad avvisare Billi ed Agostino che quel tipo si è svegliato..”

Matteo si fa scuro in volto poi portandosi l’indice verso il naso fa “shhh!”

Il ragazzo abbassando la testa si rimette a leggere il giornale.

Matteo pensa al ragazzo ritrovato alla Marina ,all’inverno che picchia e al fatto che, forse, tutto quanto sta per iniziare davvero.

Gli sembra di avere aspettato questo momento per secoli e secoli.

Poi si ricorda che forse è passato qualcosina meno.

Sarà pronto per tutto questo?

domenica, luglio 26, 2009

Basta con le contraffazioni dalla Cina!


Roba da matti!
Non bastano tutti i tarocchi con cui la Cina ci sta sommergendo per quanto riguarda merci e prodotti vari.
Adesso ci provano pure con le contraffazioni in campo letterario. Avrete probabilmente già letto la notizia sui principali quotidiani: dalla Cina è in arrivo la versione taroccata dei "Promessi Sposi" del Manzoni. L'opera che ormai ha invaso tutti gli Autogrill dal titolo "Gli sposi mantenuti" del fantomatico autore Aleandro Ming Panzoni copia spudoratamente, in tutto e per tutto, la trama del capolavoro manzoniano.
Partendo dai personaggi: Lenzo e Lucia che vogliono coronare il loro sogno d'amore e aprire così un ristorante e pizzeria dalle parti di Pechino con Bornago. Ma il perfido Innomina-Tsu e i suoi Blavi cercheranno d'impedirlo.
Non manca la scena dell'Azzeccagalbugli con le proverbiali oche laccate cantonesi e il famoso incipit "Epiculo chi era costui?" di Don Abbonzo.
Il libro costa molto meno dell'opera originale (2,13 Euro), ma vi avverto, trattandosi di merce taroccata resterete delusi. Le ultime 20 pagine infatti, invece di contenere la fine del romanzo sono state riempite con il manuale d'istruzioni di un pupazzo giocattolo a forma di Saddam Hussein in mimetica che balla al ritmo di "I Will Survive".
Le pagine inoltre sono contaminate con una sostanza chimica altamente pericolosa che provoca la caduta di tutti i peli del corpo e fa venire l'alito pesante.
Maledetti cinesi!

giovedì, luglio 23, 2009

Korniglia

Come al solito viene l’estate e mi butto a capofitto s’un progetto di romanzo che poi non porterò mai a termine.

Questo progetto è diverso dagli altri perché, questa volta, gli ho affidato lo scopo di portarmi via da questa vita da impiegato.

Lo pubblico sul blog a puntate così potrete sputtanarmi quando smetterò di andare avanti.

“Korniglia”

“Vuoi fumartela tutta da solo?”

Billi aspira forte e gli occhi gli diventano ancor più rossi.

Poi si sporge dal parapetto di pietre con la testa sopra al grande strapiombo grigio verde del mare.

Tiene la canna dietro la sua schiena, per proteggerla dalle folate del vento.

E’ ancora accesa e manda in giro il suo profumo di arrosto esotico.

Sta arrivando la tempesta, sale forte dal mare.

“Tieni, ma lasciamene un tiro” Billi porge la canna ad Agostino, stando attento a non farne cadere nemmeno una caccola.

E’ rossa incandescente al passaggio di quel vento che sa di mare e di freddo. Ti fa diventare il naso pieno di liquido.

“Minchia che freddo!” gli dice Agostino, un tipo grosso come un armadio con la testa piena di riccioli rossi. Poi aspira profondamente, tanto che gli scappa un colpo di tosse.

“eh! Allora?” gli dice Billi battendogli sulla spalla quadrata.

“Che c’è?” gli fa Agostino.

“Cosa ne pensi di quello arrivato ieri?”

“Boh? Che vuoi che ti dica?”

“Secondo te possiamo fidarci?”

Billi lo guarda per un attimo, poi aggiunge “sembra arrivato dal niente…se non c’eri tu ieri a pescare giù alla Marina..a quest’ora era in fondo al mare a dar da mangiare ai pagari”

Agostino tossisce poi gli ripassa quel che resta del tizzone. Si stringe al bavero del giubbotto jeans che indossa e guarda un gabbiano restare alto senza fare un movimento.

“Non lo so, ma aspetterei a mostrargli i segreti di questo posto.”

“Dovremmo torturarlo?” Billi aspira l’ultima brace. Poi con un colpo di indice e pollice manda il filtrino rimasto oltre il muretto di pietre a secco giù nella scarpata, verso il mare incazzato.

Salta un paio di agavi e un paio di piante di fichi d’india prima di venire dissolto dalla schiuma delle onde.

“Sì, hai ragione, facciamogli vedere per una giornata intera qualche film polacco dei tuoi”

“Sei proprio un bifolco, la prossima volta che mi chiedi una videocassetta per passare il tempo ti fotti..”

Ridono, mentre dal mare arriva una folata di vento carico di sale.

“Mi raccomando non diciamogli dove può trovare le acciughe vere e non quelle per turista che comprano al supermercato a Spezia….”

“Sì e nemmeno chi tiene le scorte di maria per tutto l’inverno.” Risponde Billi.

“E dove si beccano le orate scappate dai vivai del Ferale che s’imbastardiscono con quelle naturali..”

“E che lo sciacchetrà che vende Matteo è un passito toscano da quattro soldi..”

“Come vuoi dirmi che non è originale? Questa non la sapevo nemmeno io…”

“Adesso devo ammazzarti Billi!” Agostino non finisce la frase che si mette a ridere di gusto.

Billi sembra deluso, un pensiero sembra contrariarlo, poi stringendo la testa tra le spalle dice “va bè, vatti a fidare degli amici..stasera mi faccio un mojito piuttosto del suo vino taroccato..”

“Avvisi il maresciallo del nuovo arrivo?” Agostino fissa Billi negli occhi.

“Sei pazzo. E’ vero che non sappiamo nulla di lui e che non ha documenti addosso, ma ti ricordo che se avessi fatto così nessuno di voi adesso vivrebbe qui tranquillo e beato, in questo paese che d’inverno vanta ben 250 anime che si fanno gli affari propri..”

“..e che custodiscono il segreto del mondo!”fa Agostino sorridendo.

“Sì, come dice Agostino..Bere mangiare drogarsi e fare casino…!” dice Billi con un crescendo di voce.

“Già hai ragione, non serve chiamare il Maresciallo, se il tipo non muore, però..” Agostino mette una mano sulla spalla di Billi.

“Non muore, non muore sta tranquillo…non appena si riprende gli diamo un po’ di Schiacchetrà di Matteo..” Billi sorride poi fa “A che ora lavori stasera?”

Agostino mette sul volto un’espressione dubbiosa “lavorare è una parola grossa, sai che a gennaio non c’è nessuno..apro l’Osteria solo per dovere..mi metterò a fare due conserve.”

“Che pesci hai?” gli chiede Billi

“Poco, mi son rimasti due suetti e un paio di polpi del Mesco.Li faccio andare sulla brace”

“Allora passo a trovarti, porto del vino e qualche disco di sottofondo..che dici?”

Agostino annuisce “ok, ho anche del pesto messo da parte e un mezzo chilo di linguine..dillo ad Andrea se vuoi..poi finiamo in veranda..”

Billi ci sta pensando su quando un bambino vestito con una maglietta a righe e il cappello da marinaio in testa esce dal carrugio e piomba sulla terrazza panoramica.

“S’è svegliato! Quel tipo s’è svegliato!”

Billi si avvicina al ragazzo e gli dice “Ok, vengo..”

“ha detto qualcosa?” gli chiede Agostino.

Il ragazzo annuisce e poi continua “si, ha detto che vuole parlare con il Fante di Cuori”

Un’espressione di terrore compare sul volto di Agostino, mentre Billi sembra essere colpito da un pugno allo stomaco.

“Andiamo, Cristo!” esclama Billi, tornando dal profondo del suo ultimo pensiero.

Poi corrono tutti a infilarsi nel budello di case, lasciando la tempesta a tentare di entrare nel cuore del piccolo paese arroccato sulla collina.

lunedì, luglio 20, 2009

Ansia

Adesso che spero di esserne fuori, posso ammettere di aver attraversato un brutto momento.

Uno dei più brutti della mia vita.

Di colpo il mio cervello ha iniziato a produrre ansia in quantità industriali. All’origine del mio viaggio nell’Ade una questione lavorativa. Una persona che lavora in un’azienda di persone importanti, mi ha messo pressione su alcuni temi e io ho incominciato a immaginarmi l’unico colpevole di eventuali ritardi, a immaginarmi additato all’interno della mia azienda come beota, crocifisso dal mio responsabile, licenziato in tronco per colpa grave.

Che fine avrebbero fatto i miei figli? Come dir loro che non posso più comprargli i Gormiti?

Di giorno ogni cosa mi sembrava nera e limitata, dalle pareti di grigia gomma vischiosa, la mia vita si fermava all’evento e non andava oltre. Nemmeno il pensiero di vedermi dopo due anni, dicendomi ad alta voce “mica ti ammazzano” mi faceva sentire meglio. Il week-end in famiglia volava come gli ultimi tre giorni del condannato a morte. I miei cari si preoccupavano per me, ma nessuna delle loro parole lenitive aveva effetto. Ero nel posto più bello del mondo ma mi pareva di essere a Lambrate di Gennaio.

Oggi che le cose sono passate, come mille altre, senza grandi conseguenze, resta in me la domanda di come possiamo essere così mal progettati da farci così male da soli.

Vorrei mettere a frutto queste cose, capire per evitare che si ripropongano un’altra volta, senza dover ricorrere alla Chimica.

Voglio evitare di vedere la mia faccia allo specchio e di scorgervi un bue pacioso con il volto tumefatto dagli ansiolitici.

E soprattutto vorrei davvero poter insegnare ai miei figli che nella vita solo alla morte non c’è rimedio. Anzi per non rompere da subito con il grande Tema delle nostre vite, dirgli solamente che a tutto c’è rimedio. Dirgli che l’ansia non serve a niente perché è lo scarto di lavorazione del cervello più inutile che ci sia. Che alla fine se anche tutto andasse male, resta sempre Pitcairn.

Avevo 15 anni e avevo paura di sbagliare i saggi a scuola. Un misto di timore e orgoglio mi facevano odiare il momento in cui dovevi dire ai tuoi genitori non è andata bene. Perché significava solo che non avevo fatto il mio dovere di studiare (ed effettivamente quando accadeva era sempre per questo motivo). Certe mattine viaggiavo verso la mia giornata come un locale sulla tratta Mortara Milano Porta Genova.

Un giorno vidi un documentario s’un Isola talmente sperduta dove non solo si erano sistemati gli ammutinati del Bounty, ma i loro discendenti continuano a starci pure oggi, organizzandosi per avere tutto quel che serve per vivere. Ovviamente non c’è niente di urgente o di pressante. O per lo meno questo apparve nella mia testa di ragazzo ingenuo: il più classico dei miti della fuga che da lì a poco avrebbe cambiato almeno una vocale.

Così scrissi a matita sopra il mio letto “ricordati di Pitcairn”.

Devo essermelo scordato se ancora oggi sulla soglia dei 40 anni lascio che il mio cervello si diverta a prendersi gioco di me.

Se anche voi, ogni tanto, vi sentite preda di ansie, sappiate che non dipendono da qualcosa che è successa fuori, ma probabilmente da qualcosa che è ancora dentro di voi.

giovedì, luglio 09, 2009

In ginocchio: c'è Arte!

"Camera chiusa per contenitori di piedi abusati", Rick Danilo Barfonzi.

Museo Poldi Puzzoli, Milano dal 6 al 24 Luglio 2009.

Quando mi hanno detto “vieni a vedere il nuovo lavoro di Barfonzi” confesso di non aver espresso il massimo della disponibilità. Troppo fresca la sensazione di "straniamento" (come detto da A. B. Oliva a riguardo di questo artista) e l’intimo disagio che mi aveva preso alla sua ultima Kermesse durante la Biennale dello scorso anno. Devo ammetterlo ero forse prevenuto, ma come non esserlo dopo aver visto all’opera il genio del Barfonzi. Se l’essenza e lo scopo ultimo dell’Arte è rappresentato dalla sua capacità di rapire gli animi, dal suo muovere le coscienze, come non essere rapiti dal lavoro di questo straordinario artista americano dalle chiari origini latinoamericane.E così , alla fine, ho accettato senza indugi, ben conscio che avrei assistito ancora una volta a qualcosa di straordinario.

Il ricordo dell’installazione precedente è ancora forte: “20 diarree per un solo bagno”. L’anno scorso a Venezia ci siamo lasciati tutti rapire dalla sua capacità di condurti sino al limite, di portarti a provare quello che il Barfonzi ti vuole far provare: non è forse il desiderio di tutti gli artisti? Geniale l’idea di drogare, con un potentissimo lassativo, le bevande e le tartine offerte in quello che pareva un Foyer assolutamente estraneo al’opera.

Quando poi la devastante e subitanea azione del farmaco ha avuto il sopravvento sul fisico di noi straniti partecipanti, la scoperta di essere prigionieri all’interno dell’installazione (fantastica la decisione del Barfonzi di sigillare le porte d’uscita con della carta igienica impastata con del sigillante siliconico) è stata un’emozione indicibile addirittura ingigantita (se possibile) dall’immediata comprensione di avere un solo bagno a disposizione.

Chi ma avrebbe potuto immaginare di essere così parte del suo lirico progetto?

Nessuno mai era riuscito a far piangere e gridare dall’emozione crescente una ventina di critici e giornalisti specializzati come questo lavoro davvero impressionante.

Nella sala allestita all’interno del Museo Poldi Puzzoli, ho avvertito subito una strana sensazione di ristagno, causata forse dai colori scuri utilizzati dall’artista per decorare il Foyer d’ingresso all’installazione dal titolo “Camera chiusa per contenitori di piedi abusati”.

Tutte le facce dei presenti guardavano con sospetto la porta semiaperta che dal Foyer immetteva in una stanza più scura e il piccolo catering messo a disposizione dei visitatori.

Uno alla volta, poi, come richiamati da una criptica liturgia, al suono di un campanello si veniva invitati ad accedere nella Stanza.

Una paio di mani robuste afferravano la testa e le spalle dei più timorosi giunti sulla soglia dell’ingresso.

Dal di dentro, ma forse è stata solo un’allucinazione, mi è parso di avvertire colpi di tosse e un vago rumore come di una persona recalcitrante costretta a qualcosa di non voluto.

Un generale senso di curiosità s’impadronì dei visitatori in attesa del proprio turno.

Quando fu il mio, entrai così pieno di entusiasmo che quasi non percepii il calcio nel fondoschiena che un energumeno vestito tutto di rosa mi aveva propinato di soppiatto, poco dopo il mio ingresso.

Un enorme puzzo di piedi è tutto quello che ricordo, poi svenni forse per un tipico caso di attacco di Sindrome di Stendhal. Del resto di fronte alle opere del Barfonzi non si può restare insensibili.

martedì, luglio 07, 2009

"Dez Amerega": Corniglia 5 terre


Qualcosina è cambiata negli ultimi 30 anni scarsi a Corniglia, il paese più impervio delle 5 terre. Avevo sei anni e una brutta otite da curare, per cui mi portarono a prendere l’aria buona nel tentativo (riuscito al primo colpo) di evitare altre punture.

Era il posto perfetto per alimentare la fervida creatività di un bambino di quell’età. Ancora lontana dal boom turistico, si arrivava in paese dopo un ascesa di 382 scalini che si abbarbicavano sulla collina su cui dei folli avevano eretto il paese della Gens Cornelia, iniziando a salire dalla Stazione minimale e scassata e da una fenomenale spiaggia di sassi.

Poi arrivati in una piazzetta il cui unico scopo era dividere il quartiere vecchio da quello ancor più vecchio del paese, si entrava a Corniglia dal suo carrugio principale. Un budello dove la luce del sole fatica a entrare, piena di portoni che conducevano in grotte e cantine con qualche eccezione per i locali della macelleria, del bar e dell’unico alimentari del paese. Il più classico degli alimentari del paese che vende poco ma di tutto con il suo bancone frigo triste per la presenza di pochi esemplari di formaggi e salumi, nessuno di marca. E poi quell’odore tipico, misto tra latte, mozzarella e verdura vissuta.

Giocavo con i bambini del paese che ancora esistevano. Si correva in questi budelli di pietra che ogni tanto si affacciavano sui campi lavorati a pendio sul mare, perché la gente del posto non ha mai amato troppo il mare e si è sempre mantenuta terraiola: bisogna non voler per niente bene al mare per spaccarsi le ossa a tirar fuori vino, frutta e vegetali dalle pareti scoscese delle colline piuttosto che andare a pescare tutti i giorni. Roba che se arrivato al campo ti sei dimenticato a casa qualcosa le bestemmie le sentono sino alla Capraia.

Ma in fondo, come dargli torto ricordandosi che tanti anni fa dal mare non arrivavano traghetti carichi di turisti quanto piuttosto orde di simpatici saraceni pronti a razziare tutto quel che potevano.

Il mondo e l’universo fantastico finiva a Santa Maria: un terrazzo alla fine del carrugio dove si vede il mare sino alla Corsica, a volte, se c’è chiaro. Oppure sotto la torre, dove il risultato era lo stesso: una sterminata vista blu verso il mare aperto.

Mi avessero detto che la terra è rotonda e finita mi sarei messo a ridere.

Dopo 30 anni circa ci sono tornato e qualcosina devo ammettere è cambiata. Il carrugio è pieno di gente che s’infila nei vari locali che sono stati ricavati dalle cantine e dai fondi di una volta. La lingua ufficiale non è più quel misto di genovese e dialetto della valle di Vara ma l’inglese. Non c’è più la macelleria, ma adesso c’è un’Enoteca che vende bottiglie interessanti (Sassicaia, Biondi Santi e ovviamente Sciacchetrà) e una serie di bottiglie “storiche” con la faccia di Mussolini, Stalin e Hitler sulle etichette: ho contato un sacco di turisti stranieri che si fermavano a guardarle ridendo, poi due giovani italiani ne hanno comprate un paio per gli amici: mi sento sempre più un italiano in esilio in Italia...

Sotto casa adesso c’è una gelateria gestita da due fratelli milanesi che hanno mollato la metropoli per la tranquillità: si fa per dire, oggi. Non so come ma un po’ di vecchi amici indigeni mi hanno riconosciuto (in fin dei conti lo sono stato anch’io) e mi hanno omaggiato di prodotti locali. Soprattutto il vero vino delle loro terre mi ha abbattuto: un bianco dal color ambrato che si può bere fresco e non freddo, consci del fatto che dopo si deve andare a nanna (visti i suoi 14 e passa gradi).

Un giorno verso le 4 un Ape si è presentata nella piazza del paese ed è stata assalita subito da orde di anziani del villaggio. Poco dopo ognuno si avviava verso le proprie cantine con una o due cassette di acciughe. Morivano dalla voglia di pulirle e di metterle sotto sale nelle arbanelle (contenitori di vetro ad hoc).

Ho anche mangiato focaccia, quella vera, quella della provincia spezzina che è diversa da quella genovese: questa la puoi anche inzuppare nel caffelatte…anche se a me non piace il latte.

Nel negozio di alimentari l’odore è sempre lo stesso e questo mi ha fatto tornare vividissimi una serie di ricordi anche visivi (l’olfatto è la vera macchina del tempo).

Non so dire se sia meglio la Corniglia di oggi o quella di allora, so solo che ci si sta bene. Molto bene pure oggi.

Un amico che ha una pensione mi ha detto che un americano ha smontato la tavoletta del cesso per potersene andare via un giorno prima senza pagare.

Ecco forse sono gli americani che non sono più quelli di una volta..

lunedì, luglio 06, 2009

Buone notizie, ogni tanto..

(da Corriere.it)
Condannati i poliziotti per la morte di Aldrovandi
Tre anni e sei mesi ai quattro agenti accusati di eccesso colposo nell'omicidio del ragazzo di 18 anni.

Se vi siete persi questa tragedia, trovate il link al sito dei genitori di Federico qui in basso a destra nella sezione dei Links, oppure cliccate qui.

Nella mia vita di impiegato moderno non ho mai sostenuto delle cause, a parte questa.


mercoledì, luglio 01, 2009

Muscoli da succhiare


Verso Aprile inoltrato, se il tempo si divertiva a giocare un anticipo di Estate, la voglia di andare a scuola mi abbandonava completamente. Anzi a essere precisi più che abbandonarmi si trasformava in una sensazione di rompete le righe, di lassismo autorizzato: come se i giorni dell’impegno stessero finendo e che ci fosse quindi posto solo per celebrare un arrivederci alle pene settembrine del rientro e non per fare saggi o interrogazioni.

Questa sensazione rimase anche quando, raggiunta l’Università, mi trovai a fare il pendolare tra il week end a casa in una città sul mare, e la settimana di Studi ed Esami a Milano.

Quel week-end con due coppie di amici prendemmo il traghetto per l’Isola Palmaria. Così fuori stagione non c’era quasi nessuno, a parte i pochi militari a guardia del nulla e delle strutture dei vari circoli sotto-ufficiali dove il caffè non costa nulla e i tramezzini sono gonfi come le angurie ad Agosto. Abbastanza caldo per guardare il mare verde e ruffiano con la voglia di immergersi, ma ancora troppo freddo per non lasciarci il respiro mozzato dalla frustata dell’acqua fredda sullo stomaco.

Puntammo decisi su alcuni scogli della zona che guarda il mare aperto e la corrente più libera.

Un gabbiano provò col suo grido a farci ripensare, invano.

Ci ritrovammo con le gambe immerse a raccogliere il tesoro dalle pietre, dagli scogli e dal fondale meno profondo. I Jeans buttati sui bordi del sentiero che conduceva alla vecchia prigione napoleonica sembravano gli avanzi di una baraccopoli abbandonata di ROM.

Intirizziti e violacei portammo a terra quel bottino: tre o quattro chili di muscoli neri, quanto sarebbe bastato per una spaghettata.

Alla sera a casa facemmo sciogliere una mezza testa d’aglio nell’olio caldo, assieme a una capocchia di peperoncino rosso seccato in una padella enorme. Poco dopo toccò ai muscoli immergersi nel loro nuovo universo dorato, tra schizzi di trionfo e profumo di fame crescente. Pochi minuti, il tempo che gli ci volle per aprirsi e lasciar scappare quanto ancora si erano tenuti dentro del mare.

Spenta la fiamma si aggiunse il prezzemolo tritato a caso e stappammo un bianco.

Il giorno dopo in treno verso Milano, il paesaggio aveva il consueto pallore sordo del cammino del dovere.

Sapevo d’aglio da far schifo…

lunedì, giugno 29, 2009

Schiappacasse a un bivio

Roberto Schiappacasse – “Potrei forse...” – Ed. Feltrinelli

Un’opera dalle tinte sfumate questo romanzo d’essai di Roberto Schiappacasse.

Dopo il discreto successo di “Quale sarà dei due?” torna la narrazione indecisa del giovane autore spezzino, ma di cittadinanza panamense.

Ecco di nuovo una rappresentazione della vita come dubbio eterno, come scelta da intraprendere eternamente e incessantemente.

Non aspettatevi quindi verità assolute o affermazioni sicure da “Potrei forse...”, versione moderna del più classico “asino di Buridano”.

Sebastiano Bivio, il personaggio del romanzo, si trova davanti al proprio televisore di casa alle prese con una decisione difficile da prendere: ha infatti appena installato il decoder digitale, quando dallo schermo appare la scritta “Premere OK per aggiornare la lista dei canali” .

Sebastiano resta bloccato sulla sedia in bachelite dai mini quadretti verdi della sua cucina non abitabile. Sul tavolo una bottiglia con il tappo in metallo piena di acqua e idrolitina e una copia di R.I.D. (Rivista Italiana Difesa).

La scelta, un vero tabù, la cosa più difficile da fare, per uno che ha sempre avuto difficoltà a scegliere: un lungo flashback riporta il personaggio ai tempi del Liceo, all’angoscia con cui cercava d’identificare il significato corretto di quel termine latino che sarebbe stato necessario inserire nella traduzione.

La scelta inesorabilmente risultava sbagliata: restava in lui la sensazione di un mondo in cui deve essere lasciato al destino, e non agli uomini, il compito di scegliere. E se qualcosa va male, così, è solo colpa del destino.

Da questo punto la trama riparte sino a mostrare tutti i momenti salienti e le decisioni importanti della vita di Sebastiano: il modello del telefonino (Motorola con il Flip o Nokia a tasti scoperti?), l’allestimento della sua Ford Fiesta (sedili canna di fucile o verde bottiglia?), cambiare definitivamente sesso o continuare a vivere la sua vita di donna imprigionata nel corpo di un uomo a cui comunque piacciono le donne?

La pressione del pollice sul telecomando, indeciso sul da farsi, (dare corso a quanto richiesto dal decoder digitale oppure lasciare tutto come prima?), crea quella tensione che permea tutta la trama del libro e che porterà il lettore a farsi molte domande. Domande che resteranno inesorabilmente senza risposta.

Interpellato sul motivo di questo universo narrativo basato sull’indecisione e sul dubbio, l’autore non ha saputo fornire una risposta definitiva, trincerandosi dietro una selva di “mah”, “Chissà” e magari.

A questo punto la scelta di acquistare questo libro è tutta vostra.

O forse no.

domenica, giugno 21, 2009

Vento forte

Sono a Le Grazie adesso. Al bar o'goto. Bevo una birra del golfo
ambrata alla spina. Sono seduto in mezzo a stranieri venuti con le
loro barche a vela. C'è un vento e un mare tale che potrei essere in
qualche pub sulla costa inglese. Dio come sto bene...attimo fermati
direbbe Faust.
Inviato da iPod

martedì, giugno 16, 2009

Barnacci è Barnacci

Quando nacque Barnacci, nessuno se lo sarebbe mai aspettato.

A parte la mamma e il papà ovviamente, che però non erano Barnacci.

L’ostetrica lo cavò fuori, distrattamente, dall’anfratto e lui inizio subito a piangere.

Quel che poi diventò infine Barnacci non è risaputo.

Qualcuno addirittura sostiene abbia conosciuto Grande Bulacky, ma questa è un’altra storia.

Barnacci andò a scuola come tutti , Diploma di ragioneria e due anni all’Università senza finirla. Con i pochi amici sostenne sempre che ce l’avrebbe fatta a finirla.

E come tutti conobbe l’amore.

Barnacci non visitò mai Gardaland.

Nel 1985 comprò una Fiat Ritmo usata da un concessionario di Radicondoli.

Fu un acquisto d’impulso.

Il digitale terrestre lo fece infervorare, soprattutto per la funzione televideo avanzata.

Ma poi tutto risultò un fuoco di paglia e così si diede definitivamente all’alcool.

Barnacci non comprò mai la cyclette.

Al Supermercato si divertiva a comprare la pancetta Tulip, quella a strisce, unta e pronta per essere fritta con le uova.

Barnacci non amava le uova, ma adorava la pancetta Tulip.

Barnacci si sentì stufo di essere italiano parecchie volte.

Barnacci cantò l’inno di Mameli con la mano sul petto.

Non votò mai quel partito là.

E nemmeno quell’uomo lì.

Una sera guardando le stelle pensò una cosa bellissima. Mentre si asciugava le lacrime se la dimenticò. Subito dopo fece un peto impressionante.

Sulla tomba di Barnacci hanno scritto Qui giace Barnacci.

La storia non ha mai preso in considerazione Barnacci.

venerdì, giugno 12, 2009

AmoR RomA

Sono arrivato che mancava davvero poco alle 20.
tra il rumore delle
persone in coda ai taxi, i clacson del traffico, i venditori ambulanti
e un piacevole vento che ti salvava dal primo tentativo di vero caldo,
mi sono sentito l'ospite speciale a una festa esotica.

Il sole è ancora bello alto e io sono finalmente arrivato a Roma.

Non ce l'ho fatta a prendere il taxi perché la coda della gente in
attesa ha preso una pericolosa deriva anarchica. Due davanti a me si
sono messi a discutere su quale fosse la direzione corretta della
fila. Altre persone si sono messe a risalire il traffico in modo da
intercettare l'arrivo dei taxi. Turisti americani fermi a guardare
questo spettacolo compreso nel prezzo.

Ho preso il mio trolley e mi sono buttato nella città, stranamente
privo di ansia, mi sono mosso verso una direzione qualsiasi.

Quando dopo metri sono giunto nei pressi di una rovina romana, che ho
scoperto essere una parte delle Terme di Diocleziano, ho chiesto di
Via Vittorio Veneto a tre persone e nessuno mi ha potuto aiutare.

Un traffico incredibile, gran strombazzamenti e africani ad ogni angolo.

Salto piazza esedra e trovo un taxi, così raggiungo l'hotel.

La zona è piena di auto blu, polizia , turisti americani e arabi.
Siamo di fronte all'Ambasciata americana e a fianco dell'Hard Rock Cafè.

Il giovane alla Reception è gentile e cosmopolita: parla il romano in
mille diverse lingue.

L'albergo è moquettato e arazzato, alcova di sottoministri e segretari
accompagnati da ragazze in cerca di fama. Mio padre mi ha detto che un
tempo qui ci passavano gli attori, io fuori dal ristorante in cima a
Via Veneto vedo una scorta di qualche politico.

Sono lontano anni luce da
quegli hotel Business dove a Milano e in altre capitali europee si
fanno gli affari.

Mi dicono che là in fondo c'e Piazza di Spagna e Trinità dei Monti, ma
non sono riuscito a vederle: in albergo a elemosinare una connessione
internet per leggere la posta del lavoro.

Riesco per mangiare qualcosa, mangio normale e spendo tanto, in un
locale strizza americani.

Un arabo tratta il cameriere come uno schiavo.

Ringrazio il mirto finale se riesco a prender sonno subito in albergo,
tra vapori di numeri e processi da ottimizzare.

"Dotto' Gheddafi ha bloccato il traffico, s'è portato dietro 4 aerei
pieni de gente" il tassista al mattino si giustifica delle strade
piene di macchine in cui mi ha portato.

Ma non ho fretta: guardo il Colosseo, il Circo Massimo e i Fori
Imperiali, nello specchietto retrovisore noto i miei primi capelli
bianchi tentare di diventare maggioranza.

Il posto perfetto per scoprirsi passato.

venerdì, giugno 05, 2009

Boston Spaceships

Boston Spaceships – The Planets are Blasted (Guided by Voices, 2009)

…e così di colpo Mike Ness mi dà due schiaffi e mi urla nelle orecchie: “ascoltati i Boston Spaceships, invece di perdere tempo a polverizzare Saturno con il disgregatore molecolare!”.
Io mi scuoto un attimo e gli balbetto che sì va bene, va bene. E invece non va bene un bel niente, sono nudo con addosso solo una maglietta dei Take That e - per giunta - al posto del disgregatore ho in mano un tagliaunghie. E, ai piedi, delle infradito tigrate. Urlo e mi sveglio. 

(continua su Blackmilkmag.com)

martedì, giugno 02, 2009

Canopi di Selaschetti

Immaginate che per un istante la vita vi diventi chiara e comprensibile come non mai. Una percezione profonda e concentrata, un'epifania a cui non si può sfuggire e tutto ti sembra di colpo chiaro: un po' come se l'anima venisse strizzata e ridotta a una sensazione. 
Ecco, tutto questo, almeno come tentativo, vogliono essere i "Canopi" di Mario Selaschetti, di cui pubblico molto volentieri qui di seguito un primo estratto.

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I

Il sale si mescola al profumo delle acacie e agli avanzi del fritto misto che guarda sul tavolo di fronte a sè. La caraffa di vino bianco è quasi finita e quel che resta è caldo. Osserva i nipoti che giocano sdraiati per terra, all’ombra, con alcuni robottini colorati. Non urlano, come patissero il caldo del sole delle quattordici pure loro. Il vento, senza troppa convinzione, lieve agita le foglie appese al pergolato e rimanda il tintinnare vago di qualche campanella, mossa dal beccheggiare delle barche  ormeggiate.

I suoi figli, dai capelli sul farsi grigi, non sono seduti vicini al tavolo dalla tovaglia ormai sporca. Ascoltano distratti le mogli raccontarsi pezzi di cose del momento. Non ricorda più che voce avessero quando erano piccoli. Dondola la sua testa raggrinzita.

I loro sguardi non lo incrociano più, con quel misto di paura e di venerazione di un tempo. Di colpo, come un attacco di cuore, la sua coscienza precipita nel passato. Aveva amato sua moglie? Adesso che lei non c’è più si sente come un invitato a una festa dove non conosce più nessuno. Settantanove anni sono un bel traguardo. Quanti ne vedrà ancora? Il pensiero scivola subito via. Gioca con il pollice a solleticare la cicatrice all’indice che gli ha lasciato quel tornio. Ricorda la corsa in ospedale e la paura di non poter più lavorare. Dio mio come farò a mandare a scuola i miei figli? Adesso di tutta quella paura non resta che una considerazione relativa, un eco smorzato. Quasi un sollievo. Le cose andarono avanti comunque: una casa col mutuo, uno dei due figli diplomato, la pensione col rinforzo di un’entrata complementare.

“Domenico, hai visto che bella giornata oggi?” gli sussurra la nuora, una donna sfiorita giovane senza più sogni negli occhi. E lui tornando dai suoi pensieri intrisi di alcool e digestione la guarda riconoscente e risponde: “Si, davvero bella”. 

Poi, come spesso capita quando si è molto vicini a guardare dietro al sipario della vita, tutto torna consueto, come l’odore di casa tua quando rientri la sera.

(Mario Selaschetti)

martedì, maggio 26, 2009

lunedì, maggio 25, 2009

Addio Mario da Mario


L'altro giorno è morto Mario Benedetti.  La notizia ovviamente non ha raggiunto nessuna prima pagina dei giornali italiani, perchè a dispetto del nome, Mario Benedetti non era italiano ma uruguaiano: il più grande poetà vivente uruguaiano. 
"La morte è solo un sintomo del fatto che c'è stata la vita" è uno dei suoi numerosi aforismi per cui probabilmente verrà ricordato. 
Rodrigo Buchago, a cui adesso spetta la pesante eredità di poeta uruguaiano maggiormente famoso nel mondo ebbe già modo di dire su Mario "gli scrissi una lettera una volta ma mi tornò indietro", forse giocando sull'incomunicabilità tra due generazioni diverse.
Comunque, se cercate un testimone della vita, quella di tutti i giorni, lo troverete ancora nelle poesie di Mario.

(Mario Selaschetti)


sabato, maggio 23, 2009

Debord...iamo

Inutile scomodare Guy Debord, che in questa situazione sarebbe doppiamente adatto, come padre spirituale dei moti studenteschi e come teorico del potere della televisione e dei mass media sull’evoluzione della Società, siamo definitivamente diventati la Società dello spettacolo: un mondo in cui la Realtà coincide con quello che viene trasmesso. Questa cosa è talmente vera che adesso le manifestazioni del reale seguono le mode televisive del momento. Esempio: gli scontri del G8 università avvenuti ieri a Torino. In televisione sono passati i momenti delle grandi Kermesse e degli eventi da villaggio nazionalpopolare. Ora i palinsesti sono zeppi di trasmissioni dal format abbastanza simile: o reality o stile Saranno Famosi, in cui la componente reality è resa meno esclusivamente voyeuristica/esibizionistica, introducendo il concetto di premiare chi effettivamente sa fare qualcosa. Questo per soddisfare la crescente voglia del pubblico forse sempre più affamato di Realtà in televisione (già in questo si vedono i primi segnali di quanto la Realtà televisiva sia preferita a quella un tempo vera e reale). Così forse per la prima volta, invece di portare il reale in TV si assiste al contrario: diventa necessario adeguare la Realtà ai nuovi dettami dei palinsesti. Ecco quindi che anche il G8, una volta unico e globale, diventa un format replicabile in diverse occasioni e sedi (il G8 dell’Università, il G8 dell’agricoltura..). Questo per il piacere di tutti, organizzatori e partecipanti. No Global compresi, anche loro ormai parte di questo circo mediatico. Il corto circuito adesso prevede un bel reality in cui due squadre, da una parte delle persone tutte bardate e dotate di manganelli e fumogeni fronteggiano dei ragazzi vestiti trasandati che maneggiano bastoni e molotov. Da casa sarà possibile scegliere chi potrà partecipare al grande scontro di Piazza previsto nella puntata finale.


"Lo spettacolo è il capitale ad un tale grado di accumulazione da divenire immagine" (G. Debord 1931-1994)


lunedì, maggio 11, 2009

L'armistizio alla macchina del caffè

Il PD 100 Black Hornet rappresenta il futuro del lavoro in ufficio. Giuro, non scherzo. Questo mini elicottero potrebbe finalmente portare una ventata di novità nei rapporti di lavoro. Basta con le solite baruffe del lunedì mattina davanti alla macchina del caffè. Cose tipo "lo sai che Meregalli parla male di te" oppure "quello va in giro a dire che non fai un cazzo dalla mattina alla sera". E basta pure con i leccaculaggi vari, d'ora in avanti grazie a questo gioiello della tecnica si può andare oltre. Dopo il super uomo è arrivato il momento dell "Uber Angestellte". Potremo tutti mandare in giro per l'ufficio questi minielicotteri spia. Il capo li userà per vedere quante volte vai su feisbuk oppure per sentire cosa si dice di lui. Finchè un giorno si passerà alla minicontraerea, per distruggere questi spioni (un bell'oggetto da mettere vicino al portapenne). La risposta non si farà attendere e arriveranno i primi minibombardieri tattici per battere a tappeto gli open space dell'ufficio amministrazione. Andare in ufficio sarà come andare in guerra: finalmente qualcosa di diverso dal solito torpore.
E poi di colpo, l'ufficio risorse umane, imporrà la pace. Anche se qualche sindacato non ci starà e si darà alla macchia entrando in clandestinità nelle cucine della mensa.
Lo so ho scritto un delirio, ma adesso ditemi se questo articolo del Corriere è una stronzata peggiore oppure no?

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Now playing: Bat For Lashes - Glass
via FoxyTunes

mercoledì, maggio 06, 2009

lunedì, maggio 04, 2009

Storie dell'altro mondo

Inauguro una nuova rubrica, quella del "Bar O'Goto". Se non sapete dove si trovi cliccate qui. Ma vi avverto, dopo aver visualizzato la mappa, il computer si autodistruggerà, perché questo è un posto fuori dallo spazio-tempo convenzionale, un segreto per pochi che una volta appreso, potrebbe costarvi caro. Se mai vi capiterà di passare da lì vi accorgerete subito di essere testimoni di una singolarità, perchè nonostante in Liguria, il gestore (nome in codice Frank), vi tratterà bene e non vi manderà a cagare per il semplice fatto che gli chiederete un caffè macchiato o di andare in bagno (è risaputo che in Liguria il cliente ha sempre torto). Ma non solo, i personaggi che potreste trovare lì dentro o nel dehor prospicente, vengono da galassie differenti, da mondi paralleli o direttamente da un tempo diverso dal nostro.
Non scherzo, credetemi, se vi racconto la mia avventura dell'altro giorno. Entro nel bar per salutare Frank e ordinare la mia solita IPA (del Birrificio del Golfo), quando vedo seduto, quasi in disparte, un tipo strano con i pantaloni e la maglietta completamente strappata. I piedi scalzi e la faccia distratta, lontana. Di colpo mi sembra di riconoscerlo..."ma lei è il Dottor Bruce Banner..!" non finisco la frase che il tipo si alza, diventa verde e più grosso di un palestrato e poi, grufolando come un maiale, si allontana dal locale dopo aver spaccato un tavolo e un peschereccio ancorato di fronte al locale.
Gli va solo bene che non ero in vena altrimenti gliela facevo vedere io a 'sto Hulk....

domenica, maggio 03, 2009

Addio Mazinga!


Capita che tutto finisca, prima o poi.
Ti credi che non possa mai accadere, poi un giorno succede.  Piove che Dio la manda e tu le indossi tranquillo, come fai ogni volta che piove: sono le uniche scarpe che ti consentono un certo grado d'impermeabilità. Stavolta però te ne torni a casa, la sera, con i piedi fradici e capisci che è giunto il momento di cambiarle. Addio mie care "Mazinga", vi chiamavo così perché con quel tacco da scarpe per primi ministri di bassa statura (anche la Francia ha il nostro stesso problema), sembravo proprio il grande robot giapponese con i suoi piedoni cilindrici. Grazie a voi riuscivo sempre a superare anche le pozzanghere più profonde.
Non vi dimenticherò mai...

mercoledì, aprile 29, 2009

Che pizza!

Lungo il viale che divideva la periferia accoccolata s'una sorta di collinetta, dal porto industriale, le tante macchine parcheggiate in malo modo, preannunciavano la classica domanda all'interno del locale: "avete prenotato?". Nei molti anni che ho potuto frequentare la pizzeria "O'Vesuvio" di via San Bartolomeo non sono mai riuscito a capire chi mai potesse prenotare un tavolo in quel posto così caotico. Intendiamoci, qualcuno è lecito che ne abbia avuto la necessità, ma trovo impossibile che sia riuscito a portare a termine il suo compito: in tutto quel casino di gente seduta che schiamazzava, di gente in piedi in attesa del tavolo o di pagare il conto, rigorosamente in piedi davanti alla statua di San Gennaro a fianco del registratore di cassa (usato quasi sempre solo per aprirne il cassetto e dare il resto) riuscire a sentire il suono del telefono o la voce del potenziale cliente dall'altra parte sarebbe stata impresa ai limiti del miracolo. E anche se avessero preso nota della tua prenotazione (senza storpiarne il cognome), si sarebbe di sicuro persa in qualche foglietto, riciclato da un vecchio calendario ritagliato a mo' di post-it. O peggio infilata nel forno dove cuocevano almeno una decina di pizze alla volta. E le pizze erano buone, a testimoniarne l'eccellenza, la famiglia proprietaria del locale: tra forno cucina e tavoli almeno 6-7 elementi della famiglia erano schierati. Tutti uguali, uomini e donne, vecchi e bambini: un bel paio di baffi e una stazza superiore ai 100 Kg almeno. Rappresentavano il più grande stereotipo vivente della famiglia di pizzaioli napoletani. La qualità dei prodotti e i prezzi onesti e popolari attiravano le masse, in buona parte di diseredati - tra i quali all'epoca facevo orgogliosa parte pure io, dal basso del mio essere studente stipendiato dai nonni. Certo, il servizio non era proprio il massimo: tovaglie impataccate, brocche sbeccate, bicchieri affranti da strati di calcare del mesozoico. Forse anche per questo, il soprannome del locale era "Gli Zozzi". "Andiamo dagli zozzi stasera?" era una frase classica in quel bel periodo della mia vita intorno agli anni '90. Ma a dire il vero, altre pizzerie subirono la stessa triste sorte toponomastica: ad esempio, in Via Garibaldi come non citare la pizzeria al taglio detta "dai Sozzi". Un mio carissimo amico, che all'epoca suonava in un gruppo di "noise", scrisse un pezzo che s'intitolava "Non farò mai il pizzaiolo in questa città di merda".
Ma questa è un altra storia..

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Now playing: Super Furry Animals - Inconvenience
via FoxyTunes

martedì, aprile 28, 2009

Recensione d'avanguardia

(Ricevo da Mario Selaschetti e pubblica questa sua ultima faticosa recensione musicale).

Mi stavo quasi rassegnando a non ascoltare più nulla di decente quando, di colpo, ecco qui questo cd fare capolino sulla mia scrivania. Sto parlando dell’opera prima di un quartetto di ragazzi inglesi ancora poco conosciuti e dal nome etereo (Continua su BlackmilkMag)

lunedì, aprile 27, 2009

Orka miseria!

Ho appena finito di leggere un manuale molto interessante, s'intitola "Perdere la capacità di leggere in una settimana". Vorrei dirvi qualcosa di più, ma sono un po' in imbarazzo perchè posso raccontarvi benesolo i primi capitoli, quelli più teorici. L'ultima parte, quella pratica con gli esercizi non riesco più tanto bene a comprenderla. Provo a leggerla, ma non ci riesco...

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Now playing: Led Zeppelin - What Is and What Should Never Be
via FoxyTunes

mercoledì, aprile 22, 2009

Cambiare Aria con l'Atomica.

Nel corso del G8 ambiente che si è appena tenuto a Siracusa...(a Siracusa?)
...il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo...ha detto: "Stop agli inquinanti,la salute dei bambini va difesa"...
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No ragazzi, non ci riesco...è troppo...
...........
ahahahahahahahahaahhahahahahahahaahahahahahahahaahahhahahahahahahahaahahahah!!!

martedì, aprile 21, 2009

Tranquilli, stiamo solo morendo..

Sono seduto con le gambe sull'estensione che la mia nuova scrivania comprata all'IKEA gentilmente mi fornisce. E' una sorta di supporto mobile, agganciato alla scrivania dove uno può mettere fogli, oggetti vari, persino stampanti, ma forse non le gambe, come nel mio caso. La tastiera wireless è sulle mie gambe e, nonostante un principio di formicolio alle gambe, vista la posizione rialzata, sto cercando di portare a termine questo post prima di perderle completamente: sarebbe spiacevole alzarsi in maniera goffa nel tentativo, piacevolmente doloroso, di riattivare la circolazione. Dovrei ballonzolare davanti a mia moglie che guarda senza troppa convinzione una trasmissione s'un canale mai visto di Sky che parla di malattie rare dei bambini. Poi di colpo metto in fila un po' di concetti.
La nuova casa sta già diventando la mia nuova vecchia casa.
Mio figlio grande non parla quasi più del vecchio asilo.
Ho trovato un fornitore leale di Pizza Kebap.
Ho trovato un posto dove bere a quattro ganasse (spero renda bene l'idea).
Sul lavoro ho solo più una gran voglia di vedere la morte professionale di uno o due tizi che mi hanno fatto male (ma non manca molto, giusto un paio di sgambetti).
Insomma, direi che la vita va tranquilla versa la sua naturale conclusione.

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Now playing: Led Zeppelin - Babe I'm Gonna Leave You
via FoxyTunes

martedì, aprile 14, 2009

Viva Viva Sant'Eusebio...

Uscite di casa e sulla strada incontrate diverse persone che vi chiedono l'elemosina. Chi piange e con voce querula (specialità di solito dei ROM) v'implora di dover dare da mangiare a dei bambini, che a volte vi ostenta in qualche forma d'imbragaggio posticcio ("poveri amori", avrebbe detto mia nonna). Chi vi chiede un euro per prendere il treno (famoso "numero" da repertorio classico dei tossici di Ero "vuncioni" che andavano per la maggiore negli anni '80 e che stanno tornando, ah! La mode). Chi vi vuole vendere un libro di qualche autore sconosciuto (potrebbe essere un'idea per Mario Selaschetti, ora che ci penso..) e poi alla fine finisce che ti chiede i soldi per un caffè (e qui capisci che la miseria da cui scappano dev'essere ben peggiore di questo stillicidio di morte civile..). Ebbene alla fine o date i soldi a tutti (finendo a vostra volta tra i casi citati sopra) o fate delle scelte, ponderate o lasciate al caso poco importa, sempre scelte sono. Se ci pensate questo è, in piccolo, quello che sta accadendo, in grande, nel mondo del volontariato e degli aiuti alle popolazioni colpite dal terremoto. Tutti che cercano di tirarti per la giacchetta e peggio, alla proposta di utilizzare i fondi del 5 per mille, tutti a dire che loro, come associazione ONLUS, sono già attivi in Abruzzo e che quindi questa misura risulterebbe in un danno per la povera gente colpita dal terremoto. Cosa sia giusto non lo so, ma forse sarebbe più utile non disperdere lo sforzo di sostegno degli italiani in tanti piccoli rivoli. Quanto all'8 per mille della Chiesa da utilizzare come fondo ulteriore (si parla di 1 miliardo di Euro almeno), ci hanno provato in tanti (molti sono pure diventati santi) a dire che forse un anello d'oro in meno per Vescovo, Cardinale e Pontefice per dare qualcosa a chi non ha (o anche solo non ostentarlo) non sarà molto ma è pur sempre qualcosa. I risultati sono davanti agli occhi di tutti: sono ancora molti i politici nostrani che hanno bisogno di baciare questi imbarazzanti manufatti di metallo prezioso..
P.S.: adesso non vorrei passare per un anticlericale blasfemo alla Carducci degli esordi o alla Mazzini di tutta la vita e non vorrei aver offeso qualche amico cattolico. Ma del resto, con questa legge sul testamento biologico, ritengo di essere a credito con tutti 'sti bacchettoni!
;-D

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Now playing: Keith Jarrett - When I Fall in Love
via FoxyTunes

venerdì, aprile 10, 2009

Non si vive per niente?


A destra la cucina, dopo un breve disimpegno. A sinistra la camera da letto e la sala, con un televisore per l'epoca enorme che attirava la mia attenzione perchè quando si accendeva appariva dal nulla nel bordo di vetro che racchiudeva lo schermo, un puntino di luce verde: allora l'ipotesi di un touch screen era più remota di uno scudetto all'inter. Ma quel cassone era quasi sempre spento e coperto con una sorta di centrino fatto all'uncinetto e inamidato (andava di moda miliardi di anni fa). Le persiane le ricordo sempre chiuse e la luce entrava nell'appartamento dalla cucina, piccola e che dava s'uno spazio abbastanza aperto di retrofacciate di palazzi anni '20 (questo lo comprendo solo ora) con i soliti panni stesi. C'era un mite odore di "Ecco" una sorta di orzo espresso solubile dalla confezione con le righe bianche e nere alternate simile alle facciate delle chiese romaniche delle mie parti. E poi ogni tanto saltava fuori, da dove non ricordo, un piatto di gnocchi fatti in casa, al ragù. Mi piacevano freddi, mi piaceva tirare fuori ogni singolo gnocco dal blocco unico che si era formato lasciandoli raffreddare; una sorta di Michelangelo delle patate. Ogni tanto nella camera andava a dormire la nipote "mongoloide" (o forse spastica non ricordo) che mi divertivo a infastidire con un ago: Monsieur Rousseau, quando concepì il buon selvaggio, le venne mai in mente la crudeltà dei bambini piccoli...
Poi un giorno mentre dormivo nel letto a casa dei nonni, nel dormiveglia sentii mia mamma dire a sua mamma, mia nonna, che la zia Maria, la sorella di mia nonna, era morta. Le sentii piangere. Lo avrei fatto anch'io forse, se il concetto di morte mi fosse stato chiaro come lo è adesso. In fin dei conti quella donna è stata quella che nei prim anni della mia vita mi ha custodito mentre tutti intorno a me lavoravano. Per uno strano scherzo del destino, lei, così brava a fare da zia non assaporò mai il piacere della maternità. Adesso, nonostante la grande riconoscenza che dovrei nutrire nei suoi confronti, faccio molta fatica a ricordare qualcosa in più di quello che ho scritto qui.
Mi rendo conto che è poco, ma ti prego di accettarlo come ringraziamento, Maria.

mercoledì, aprile 08, 2009

Siamo tutti Adriano!

Alzi la mano chi non si farebbe una bella birretta adesso?
E magari meglio se italiana e artigianale come queste tre belle birre del birrificio Troll che mi sono appena bevuto. Commenti: ottima la IPA, buona ma non eccelsa la "Shangrila Fume", devastante (e ancora non so se nel bene o nel male) la Palanfrina alle castagne, ormai un classico tutto italiano, qui in versione 8 graid e passa (forse un po' troppo stuccante...).
Ad ogni modo se volete approfondire cliccate qui..e pensare che ogni estate ci passo davanti e li trovo sempre chiusi.
Peggio per loro, sarei un ottimo cliente, quasi come Adriano (e non intendo quello delle memorie..)

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Now playing: Soap&Skin - Sleep
via FoxyTunes

Ciccino e ciccina

Tra le cose che ricordo male il colore dei loro capelli. Mi sembra che fossero rossi, ma non ricordo bene. Erano gemelli però, di questo sono sicuro. Lui si chiamava Ciccino e lei si chiamava Ciccina. Probabilmente nomi falsi, ma non ne sono poi così tanto sicuro. E poi se così fosse perchè loro avevano questo trattamento di favore? E come mi chiamavano a me, allora? Da quel che mi ricordo, all'asilo mi hanno sempre chiamato con il mio nome e non con soprannomi. E allora perchè dar loro un soprannome, per giunta imbarazzante come Ciccino e Ciccina? Magari avevano due nomi orrendi o difficili da pronunciare, Helmut Sigfrido e Jolanda Maria Catella. Forse erano in incognita, figli di qualche mafioso al confino. Certo che avere già un soprannome all'asilo è una cosa ben strana. Sul pulmino che ci portava a casa eravamo gli ultimi a scendere: loro scendevano prima di me in una traversa di Via Garibaldi o forse in Via Aldo Ferrari. Le ho sempre confuse, sono parallele ed entrambe con i platani, almeno sino a qualche anno fa. Scendevano loro e io già pregustavo l'attimo in cui il pulmino girava l'angolo e puntava dritto verso il mare. Non lo vedevo perché ancora lontano, ma io sapevo che in fondo a quella linea che teneva da una parte il muro grosso dell'Arsenale e dall'altra le alte facciate dei palazzi anni '30 e fine secolo, con i panni stesi al vento, la passeggiata a mare era lì ad aspettarmi nei pomeriggi con il sole. Ben inteso, la casa dei miei nonni era molto prima di arrivarci.
Ho ancora il ricordo del pulmino che si ferma e io che scendo. Nella mia testa non c'è nessuno ad aspettarmi, ma c'è il sole.
Le cose belle della vita non capitano mai quando piove...
;-D

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Now playing: Animal Collective - Lion In A Coma
via FoxyTunes

martedì, aprile 07, 2009

..di colpo un giorno, ore 17 e 24.

Mentre cerchi di smaltire il pranzo della domenica, ore più tardi, s'una panchina con il sole tra gli occhi di colpo lo capisci. Non con i sensi classici, quanto piuttosto con un qualcosa che avverti dentro, come una sottile lama fatta di malinconia. Lo "avverti" nel suo sguardo che è più maturo e nelle sue prime discussioni da ometto: mentre tu eri impegnato a cambiargli il pannolino o a farlo addomentare lui, tuo figlio, è davvero cresciuto e tu, invece, sei realmente invecchiato. Fa niente, succede, non sarò nè il primo e nè l'ultimo uomo ad avere la sua crisi di mezza età, ma la cosa che mi ha fatto riflettere è che ci sono un sacco di cose di quando ero piccolo che lentamente stanno evaporando dai miei ricordi e questo non lo voglio. Va bene invecchiare, ma almeno con qualcosa da portarmi dietro sino alla tomba, se non oltre (spero). E inoltre queste sono le cose che, se ci penso, mi rendono meno aspra la domenica sera, quando le ansie e i pensieri di una vita che è ormai in discesa (nel senso che ha preso la direzione che doveva prendere e adesso non ti resta che gestire con dignità questa inerzia) cercano di mandarti di traverso la pizza Kebap. Ripenso al parco giochi dove mi portava mio nonno, nascosto tra un'ospedale militare, una strada e un parcheggio di automezzi militari e mi sembra di essere ancora lì, senza responsabilità e senza pene. Mi rivedo un attimo prima di toccare palla, in piazzetta San Domenico, e poco importa se domani c'è il dettato e mi hanno piazzato nella squadra con Tommaso, quello che non è capace. Non esiste nulla di più lieve del vento tiepido di maggio, che sapeva già di vacanza, per descrivere questa eccitazione. Non voglio perdere queste cose, anche se la vita mi costringe a pensarci una frazione di secondo, prima che scatti il verde o che torni lo spettacolo dopo la pubblicità. Solo la mia pigrizia può fermarmi adesso, ma se riesco a non essere lucido per un bel periodo, forse potrò fare in modo che queste cose restino ancora un po' con me. Basta metterle giù tranquille, basta scrivere qualche riga...coraggio.
Posso farcela...

lunedì, aprile 06, 2009

Premessa: ho un album dei Les Savy Fav che mi piace molto, ma non avevo mai visto nulla di loro. Non avevo la minima idea di come fossero fatti..ebbene, adesso che ho colmato la lacuna devo dire che mi sono ancora più simpatici. Ci vuole coraggio per uscire così, con la "panza e la chierica" davanti a un popolo di giovani californiani adepti del "body first"e dagli addominali di alabastro.

venerdì, aprile 03, 2009

Io ballo da "Suora"

(Da Repubblica.it)

Da ballerina cubista, specializzata in lap dance e balli funky, animatrice per anni dei locali notturni milanesi più trasgressivi, a "ballerina di Dio", ideatrice di una nuova forma di danza, la Holy dance (danza sacra) che ora insegna a gruppi di giovani ballerini, con alcuni dei quali il 7 aprile si esibirà davanti a vescovi, cardinali, semplici fedeli in una delle più antiche e suggestive basiliche romane, Santa Croce in Gerusalemme, in un evento dedicato alla Bibbia.

N.d.a. : Speriamo non ci siano in giro degli obelischi...l'attrazione del "palo" potrebbe essergli fatale...

sabato, febbraio 28, 2009

Scienziati americani...

Una volta i giornali che non sapevamo come riempire tutti gli spazi, pubblicavano fantomatiche notizie di scoperte spesso inutili e bizzarre iniziando l'articolo con il termine "Scienziati americani..". Questa pratica è ancora in voga anche se i giornalisti, per stare al passo con la crescita intellettuale dei propri lettori, hanno smesso di attribuire queste invenzioni o scoperte alla solita fonte americana. Eccovi un esempio fresco fresco di notizia di questo tipo che è apparsa oggi su repubblica.it. A quanto pare scienziati dell'Università di Reading (che in inglese vuol dire lettura..) avrebbero scoperto che alcune parole esistevano anche 30.000 anni fa. Tra questi fossili della parola ci sarebbero we, I, one, two e three. Insomma ormai ne abbiamo la prova: noi italiani pure nella preistoria eravamo costretti a gesticolare per farci capire...

giovedì, febbraio 26, 2009

Scopare due volte nella stanza...

(da Il Secolo XIX)

La Spezia, prostituta obbligata
dal padrone di casa a fare anche la colf

Tra un cliente e l’altro spolverava la casa, preparava il sugo e stirava le camicie dell’uomo che le aveva messo a disposizione l’appartamento nel quale si prostituiva.



martedì, febbraio 24, 2009

Cosa resterà di questi anni...

Se non avete capito un'acca di questa crisi (come me del resto) eccovi una spiegazione. Forse non è l'unica o forse non è quella giusta, di sicuro è sviluppata in una maniera semplice e divertente.

domenica, febbraio 22, 2009

Porgere l'altra LANCIA

(da La Stampa)

Prof si scopre bullo e investe ex alunni
L'uomo insegna religione nel cuneese. Vede il gruppo e accelera: due ragazzi in ospedale.

Ore 9,30. Il professore di religione entra in auto nel cortile della scuola. Una manciata di metri più in là c’è un gruppo di studenti. Sembrano ciondolare, tranquilli, diretti in palestra. Ex allievi. Ragazzotti che gli hanno reso la vita impossibile. Pigia sull’acceleratore. Ne colpisce uno, ne raggiunge un secondo. Lo inchioda nel vano di una porta. Nel cortile si scatena il finimondo. Urla, richieste di aiuto. Imprecazioni. Lui ingrana la retromarcia e se ne va.

venerdì, febbraio 20, 2009

Communication breakdown

Post inutile, come tanti altri, del resto.
Mi sono appena trasferito, armi famiglia e bagagli. La mia nuova casa sta definitivamente assumendo le parvenze della "mia casa": bambini che giocano, moglie che cucina, birre nel frigo e canale 200 di Sky trionfante sullo schermo, non appena i bambini sono a nanna.
Certo non proprio tutto è a posto, come prima. Mancano almeno due cose, molte importanti. La prima è l'ADSL che deve ancora arrivare e quindi non riesco a fare tutte quelle cose che ormai facevano parte del mio "consueto": facebook, email agli amici e post su questo blog (oggi in via del tutto eccezionale ho trovato un appoggio straordinario per poter scrivere queste poche e stanche righe).
L'altra sono i miei cari amici Andrea, Fabio e Paolo. E per questa mancanza purtroppo non esiste un gran rimedio. Certo se almeno mi ridessero l'ADSL potrei tediarli con skype o altre forme di comunicazione elettronica. Ma non sono ancora dei buoni sostituti delle serate alcooliche e delle minchiate da alticcio che di solito si sparano in quelle occasioni. E soprattutto, se tua moglie ti vede al computer sino a tardi pensa subito che sei in Chat con qualche orrenda cicciona che ti mostra la foto di un'altra oppure che stai visitando i vari redtube, youp0rn et similia. Non pensa che stai parlando con dei vecchi amici. No, proprio no. Così ti cazzia, ma per un altro motivo e non per quel rientrare tardi con l'alito che sa di aceto e lievito di birra per crollare rumorosamente sul letto (dopo aver dato un calcio nel buio alla sedia in camera), iniziando a russare come una segheria a pieno regime. Non c'è romanticismo in tutto questo. Meglio passare per un beone maudit alla Baudelaire, che per il principe degli onanisti digitali.
Chissà quante altre persone nella mia vita conoscerò e poi dovrò lasciare.

martedì, febbraio 17, 2009

C'è grossa crisi

(da La Stampa)
Concorso di bellezza per eleggere
l'amante migliore finisce in tragedia

Uomo d'affari non riesce a mantenere 5 "compagne" e lancia una gara per eleggere la migliore. Scartata perchè "poco carina" si getta con l'auto in un dirupo
PECHINO
Non aveva più abbastanza soldi per mantenere tutte le sue amanti e così ha deciso di organizzare una gara di bellezza per eleggere la migliore. La bizzarra idea è venuta ad un uomo d'affari cinese, che gravemente colpito dalla crisi economica, non era più in grado di soddisfare i capricci delle sue compagne. La competizione è finita in tragedia quando una delle ragazze è stata eliminata perchè non era "abbastanza carina". Infuriata, la 29enne identificata solo come Yu, si è gettata con la sua auto, con a bordo l'amante e le altre quattro rivali, in un dirupo nella provincia di Shandong.

martedì, febbraio 10, 2009

Si fosse teletrasportato...(grazie Guido)

(da Corriere.it)

Usa: rapinatore fan di Star Trek svaligia supermarket con una spada klingon

Un uomo armato di una «bat'leth» rapina un 7-Eleven a Colorado springs
L'immagine del rapinatore con la spada klingon diffusa dalla polizia (dal sito thedenverchannel.com)


COLORADO SPRINGS (USA) - Le rapine, purtroppo, sono un evento comune in tutto il mondo. Ma che un rapinatore si costruisca o si sia fatto costruire un'arma presa dal repertorio fantascientifico di Star Trek e con questa svaligi un supermercato è un fatto decisamente singolare. E' successo a Colorado Springs negli Stati Uniti dove un uomo ha rapinato un 7-Eleven utilizzando una «spada klingon» per la precisione una «bat'leth». Poi ha tentato un secondo colpo, ma è stato sconfitto dal sangue freddo di un commesso che si è rifiutato di aprire la cassa, ritenendo evidentemente la minaccia della spada klingon poco credibile. A questo punto il malvivente ha preferito scappare invece di usare l'arma utilizzata nella serie tv di fantascienza dai Klingon che, nella saga originaria di Star Trek, sono degli alieni nemici della Federazione unita dei pianeti di cui fa parte anche la razza umana.

venerdì, febbraio 06, 2009

Malpensa maledetta!

(da Corriere)
Il feretro partito per Casablanca anziché per Roma
Scambio di bare a Malpensa Rabbia dei parenti: salta il funerale
Le due casse erano sistemate vicine, in un angolo dell'obitorio. Il pilota, avvertito, ha tirato dritto..

giovedì, febbraio 05, 2009

L'utilità della scienza...

(da Ansa)
MUCCA CON NOME FA PIU' LATTE DI UNA 'ANONIMA'
ROMA - Che si chiami Wendy o Carolina poco importa: basta che una mucca abbia un nome e produrra' piu' latte di una 'collega' che invece un nome non ce l'ha. Queste le conclusioni di uno studio della Newcastle University, pubblicato sul sito della rivista Anthrozoos. ''Cosi' come la gente reagisce meglio se viene trattata con un tocco personale, le mucche sono piu' felici e rilassate se ricevono un'attenzione piu' individuale'' spiega Catherine Douglas, della Scuola di agricoltura, cibo e sviluppo rurale presso l'Universita' di Newcastle. ''Quello che dimostra il nostro studio - aggiunge Douglas - e' quanto tanti allevatori attenti sanno da tempo.

Adesso capisco perchè abbiamo tutti un nome...